La Basilica ci invita a guardare in alto e a guardare lontano.
La Basilica parla in diversi modi al pellegrino: lo accoglie con le quattro grandi promesse di santa Teresa; lo prepara, a chiare lettere, all’incontro con il Buon Dio e ora che il pellegrino è al cospetto dell’Altissimo, e del suo eucaristico Figlio, nello Spirito Santo, gli parla sommessamente. Sembra quasi tacere, non si vede parola se non in alto, se non lontano, per chi sa scrutare, vuole pazientare, decifrare, farsi illuminare. Come nella vita, con i disegni dell’Altissimo.
Al centro della struttura architettonica del santuario si trova con tutta evidenza il piccolo e prezioso tabernacolo con il vistoso altare maggiore, dove santa Teresa in cielo raccoglie le rose dalla mano del Bambino Gesù nel manto della Vergine Maria, sotto lo sguardo di san Giuseppe. Qui non c’è bisogno di parole: tutto si comprende con lo sguardo. In alto invece, in perfetto asse con il tabernacolo e il centro dell’altare maggiore, è raffigurato l’Agnello vincitore, in un sole di gloria, attorniato tutto lungo l’arco da 34 santi anonimi (tra cui quattro suonatori d’arpa), metà a destra e metà a sinistra. Lungo i pilastri che sostengono l’arco sono invece raffigurati sei santi carmelitani (Brocardo, Alberto, Maria degli Angeli a destra, Cirillo, Angelo e Teresa Margherita a sinistra). Ai loro piedi, l’occhio scrutatore e allenato a riconoscere la parola nell’oscuro divino, può leggere in latino un versetto dell’Apocalisse, scritto su di un lungo cartiglio: “Poi guardai ed ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme [cento quarantaquattromila persone] che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo” (Ap 14,1). Nel latino della Volgata: “Et vidi et ecce Agnus stabat supra montem Sion, et cum eo [centum quadraginta quatuor millia], habentes nomen eius, et nomen Patris ejus scriptum in frontibus suis”. Il numero dei “compagni dell’Agnello”, che ho scritto tra parentesi quadra, non si vede perché impresso sulla parte del cartiglio che si avvolge su se stessa ai piedi dell’Agnello: la soluzione artistica, che non fa sfigurare le solo 34 figure di santi intorno all’Agnello, lascia inoltre saggiamente aperta la questione sul numero degli eletti, interpretando simbolicamente il 12 (tribù) x12 (apostoli) x 1000 (numero enorme) da cui risulta il numero cento quarantaquattromila.
Subito colpisce la scelta del versetto per la menzione del monte Sion (il monte di Gerusalemme, della Città di Davide), tra il Cielo e la terra, dove Dio ha la sua dimora in mezzo agli uomini (cfr. Sal 74,2, 132, 15 ecc.) e che, nelle struttura della Basilica, guarda l’altro monte, il Carmelo, rappresentato nell’affresco della controfacciata. Ma ancora più significativa, per il devoto pellegrino, è la menzione del duplice nome che i compagni dell’Agnello hanno sulla fronte: il nome del Padre e del Figlio, cioè il sigillo dei figli di Dio nel Figlio del Padre Gesù Cristo, Agnello di Dio, giudice vittorioso.
Questi elementi non sembrano tuttavia decifrare interamente il significato di questa parola della Basilica e della sua particolare collocazione. È necessario procedere nella lettura del XIV capitolo dell’Apocalisse, che il primo versetto ha solo introdotto: “Udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe. Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e ai vegliardi. E nessuno poteva comprendere quel cantico se non i cento quarantaquattromila, i redenti della terra” (Ap 14, 2-3). Ora il senso è svelato: la scritta indica ai fedeli che sono nel luogo in cui si canta, con tutta la dolcezza della musica liturgica, il canto nuovo della salvezza di Cristo, a cui può associarsi solo chi è di Cristo, chi porta il suo nome ed il nome del Padre suo, prendendo così parte alla liturgia celeste. Un bell’invito per chi prega nella nostra Basilica.
p. Giacomo Gubert ocd




