Vita monastica: anacronismo o profezia?

Che senso ha oggi, in un’epoca di “post modernità”, parlare di vita integralmente contemplativa? In un’ora della storia nella quale il grido di aiuto sale da ogni periferia esistenziale, in cui sulle tante strade che “scendono da Gerusalemme a Gerico” servirebbero piedi solleciti e braccia operose di samaritani in grado di fermarsi e farsi carico delle ferite cronicizzate dai molti risvolti dell’indifferenza, come si può avvalorare la scelta di una vita monastica, claustrale, non direttamente coinvolta nella scena di una chiesa in uscita?

Domande provocatorie, queste, che sgorgano dal cuore di credenti e non e che giungono alle nostre vite come sfida costruttiva in grado di interpellare profondamente le nostre motivazioni, la maturità della nostra scelta, lo stile di una vita, l’attualità di un Carisma ma soprattutto la nostra apertura e docilità di mente e di cuore allo Spirito per una declinazione fedele, profetica e inedita della nostra vita monastica.

Nel giorno in cui la Chiesa universale prega per tutti i religiosi, e a chiusura dell’anno dedicato alla riflessione e alla preghiera per tutte le forme di vita consacrata noi ci chiediamo: Quale per noi la via oggi? Nello scorrere dei giorni, nel cuore degli eventi, come nella routine di un quotidiano sempre scandito dalle medesime azioni, ci sembra di riconoscere un’unica via che possa condurre al senso profondo della nostra identità vocazionale e del nostro essere corresponsabili, in modo efficace, all’opera di evangelizzazione della Chiesa suscitando ancora il fascino di una bellezza disarmata (cf. Carròn , Appunti Assemblea CL, Verona, febbraio 2015) .

È la nostra vita di fede vissuta insieme, nel cenobio della nostra vita monastica, nella condivisione di tempi, spazi, doti, beni. Nel tentativo, sempre rincuorato e rincarato dalla certezza di un Amore più grande, di assumere la debolezza propria e altrui, di non sprecare neppure la più piccola occasione per cercare in Dio il senso delle cose, degli avvenimenti, delle relazioni, come anche dei contrasti e delle difficoltà. Non si tratta di una vita alienata e avulsa dalla concretezza. Riguarda piuttosto un modo di vivere “ altrimenti”; di puntare, ora dopo ora, lo sguardo su Gesù autore e perfezionatore della fede, di cercarlo, di portare nei nostri volti la luminosità di quel fascio di luce che ci ha conquistate e per la quale viviamo.

Noi siamo un popolo di silenziosi ma non di inerti. Una stirpe di gente che risponde alla chiamata di assimilarsi a Cristo, al Suo sacrificio, al Suo svuotamento, alla Sua spoliazione, alla Sua umiltà. La nostra missione si gioca nella sequela di Colui che con paziente testimonianza vuole portare al Padre tutta la realtà ed ogni uomo dalla croce. La nostra vocazione, ieri come oggi, ci colloca ai piedi del Maestro, in ascolto, docile e obbediente, non come privilegio bensì come testimonianza di uno “stare” che fonda e sopporta ogni missione liberandola dal rischio dell’agitarsi e preoccuparsi di molte cose (cf Lc 10,38-42). E la ragione importante è questa: la nostra vita sviluppata dentro la vocazione contemplativa è il segno, la figura, lo specchio di quanto Gesù stesso fa sulla croce. Sul Calvario, Gesù offre la sua vita per amore, non compie miracoli né opera eventi sconvolgenti, semplicemente offre se stesso, appare sospeso sulla croce come un fallimento, mentre aderisce completamente alla passione d’amore del Padre per l’umanità. Nella nostra scelta di vita, dunque è in questione l’amore di Gesù crocifisso, l’amore che dona sempre e solo in totale gratuità, l’amore viscerale, che non sa risparmiarsi, l’amore oblativo. Facendosi uomo, diventando carne, Cristo ha scelto il metodo per comunicare la verità: spogliandosi di qualsiasi potenza che non fosse lo splendore del vero, ha testimoniato in modo disarmato il fascino della verità. Per questo il nostro contributo all’evangelizzazione passa attraverso la testimonianza. Sì il nostro nella Chiesa non è un posto di avanguardia, non stiamo in prima fila. Come profeti che vedono l’Invisibile, che vivono solo di fede, che cercano le cose di lassù, che tendono ad un’Oltre, che camminano nello Spirito, ogni giorno sempre più in contatto e coscienti delle proprie incompiutezze rinnovando continuamente la docilità a lasciarci plasmare da Colui che sempre crea e fa nuove tutte le cose (cf Ap, 21,5) .

Sant’ Ambrogio nell’opera” La verginità” ci esorta: «O figlie, cerchiamo Cristo là dove lo cerca la Chiesa, sui monti degli aromi (cfr. Cantico dei Cantici 8, 14), i quali per la sublimità di opere eccelse esalano l’odore soave della vita in ragione di altissimi meriti. Cristo… non sa fermarsi se non in quelle figlie della Chiesa che possono dire: Infatti noi siamo il buon odore di Cristo per Dio (2 Corinzi 2, 15)… e in alcuni è il profumo della vita che li porta alla vita (ivi, v. 16), in coloro ovviamente che per la loro viva fede esalano il profumo della risurrezione del Signore”» (La verginità, n. 49).

 

Monastero Janua Coeli

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