Occorre pregare sempre

Madeleine Delbrêl, Occorre Pregare Sempre ( I° Ts  5,16 ).

«La preghiera è come la respirazione della nostra vita cristiana.
Sì, dobbiamo sempre pregare come dobbiamo sempre respirare, come il nostro respiro si adatta a ciò che facciamo. Le nostre azioni hanno tutte una settima dimensione: l’amore».

«… la frequentazione di cristiani che vivevano e parlavano come se Dio fosse lì, fra loro, [mi] portò a non lasciar più Dio nell’assurdo. Decisi di pregare… »                         

«Se volevo essere sincera, Dio, non essendo più rigorosamente impossibile, non doveva essere trattato come sicuramente inesistente. Scelsi quel che mi sembrava tradurre meglio il mio cambiamento di prospettiva: decisi di pregare. L’insegnamento pratico di quei pochi mesi m’aveva d’altronde fornito questa idea un giorno in cui, in occasione di un chiasso qualsiasi, era stata ricordata Teresa d’Avila, che diceva di pensare in silenzio a Dio cinque minuti ogni giorno. Fin dalla prima volta pregai in ginocchio… L’ho fatto quel giorno e molti altri giorni e senza misurare il tempo. Dopo, leggendo e riflettendo, ho trovato Dio; ma pregando ho creduto che Dio mi trovasse e che egli è la verità vivente, e che lo si può amare come si ama una persona».  (Provocazione marxista… )

«Il cristiano attende da Dio con una fiducia inesauribile ciò per cui lavora con tutte le sue forze e che le sue forze non possono realizzare. A Dio egli domanda che la Sua volontà sia fatta, da Dio attende che venga il Suo regno. La preghiera è per lui l’energia dell’azione ». (Il cristiano, uomo insolito)

«Il mondo non è sempre un ostacolo a pregare per il mondo.
Se certuni lo devono lasciare per trovarlo e sollevarlo verso il cielo altri vi si devono immergere per levarsi con lui verso il medesimo cielo ».  (Liturgia laica)

«NOI DELLE STRADE»

(Noi delle strade, p. 65).

«Ci sono luoghi in cui soffia lo spirito, ma c’è uno Spirito che soffia in tutti i luoghi».

«C’è gente che Dio, prende e mette da parte, ma ce n’è altra che Egli lascia nella massa, che non “ritira dal mondo”.

È gente che fa un lavoro ordinario, che ha una famiglia ordinaria o che vive un’ordinaria vita da celibe. Gente, che ha malattie ordinarie e lutti ordinari. Gente che ha una casa ordinaria e vestiti ordinari.

É la gente della vita ordinaria.

Gente che s’incontra in una qualsiasi strada.

Costoro amano il loro uscio che si apre sulla via, come i loro fratelli invisibili al mondo amano la porta che si è rinchiusa definitivamente su di loro. Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze, che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi è per noi il luogo della nostra santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manca. Perché‚ se questo necessario ci mancasse Dio ce lo avrebbe già dato».

II°

IL SILENZIO 

  1. Noi delle strade

«Il silenzio non ci manca perché lo abbiamo.

Il giorno in cui ci mancasse, significherebbe che non abbiamo saputo prendercelo. Tutti i rumori che ci circondano fanno molto meno strepito di noi stessi. Il vero rumore è l’eco che le cose hanno in noi. Non è necessariamente il parlare che rompe il silenzio.

Il silenzio è la sede della Parola di Dio e se, quando parliamo, ci impegniamo a ripetere questa Parola, noi non cessiamo di tacere.

I monasteri appaiono come i luoghi della lode e come i luoghi del silenzio necessario alla lode.

Nella strada, stretti dalla folla, noi disponiamo le nostre anime come altrettante cavità di silenzio dove la Parola di Dio può riposare e risuonare. In certi ammassi umani. Dove l’odio, la cupidigia, l’alcool segnano il peccato, noi conosciamo un silenzio di deserto e il nostro cuore si raccoglie con estrema facilità perché Dio vi faccia squillare il suo nome: «Vox clamans in deserto» (Noi delle strade, 1998,  p. 65-66).

  1. Le nostre solitudini

 «Per il silenzio due espressioni possono valere: essere silenziosi e fare silenzio. Essere silenziosi significa che si è raggiunto l’obiettivo; fare silenzio significa che si lavora per arrivarci. Ma la particolarità della vita nel mondo su questo punto è che si può fare silenzio, ma non si può far fare silenzio alle persone o alle cose, che ci circondano, ma non condividono la nostra vita. Così se aspettiamo il silenzio per pregare, rischieremo di pregare raramente. Oppure, se anche pregheremo, questo non avverrà dove il mondo è più povero di preghiera: nelle grandi città dove il lavoro e il piacere si alleano contro il silenzio. […]  Se [il silenzio] è necessario per trovare Dio, possiamo essere sicuri che Lui ce lo darà: siamo noi che non sappiamo trovarlo. Non perché noi si tace esiste il silenzio.  Se così fosse, il silenzio rassomiglierebbe molto al mutismo [… ] Fare silenzio è ascoltare Dio;  è sopprimere tutto quanto ci impedisce di ascoltare o di intendere Dio. Fare silenzio è ascoltare Dio dovunque parli, da coloro per bocca dei quali parla fino a coloro con i quali Cristo si è identificato e che ci domandano  la luce, il pane o il nostro cuore.  È ascoltare Dio dovunque esprima la sua volontà: nella preghiera e altrove, non solo nella preghiera propriamente detta.

Ci occorre il silenzio per compiere la volontà di Dio. [Ci occorre] il raccoglimento: raccogliere le tracce, gli indizi, gli inviti, gli ordini della volontà di Dio, così come il contadino raccoglie il suo raccolto nel granaio,  o come il saggio  raccoglie il frutto di un’esperienza. […] Mi sembra che la base del silenzio, per noi, potrebbe essere in questa frase dal timbro molto mondano: «Non si toglie la parola a Dio!». Ci sono persone che possiamo sentir parlare per ore intere senza che abbiano l’aria di togliere la parola a Dio. Sembrano essere a lungo e senza interruzione come un’eco di questa Parola, eco più o meno completa, più o meno debole, ma sempre un’eco. Altri invece sembrano in certe circostanze, anche tacendo, togliere la parola a Dio. […] È la nostra vita intera che deve stare in silenzio e far tacere tutto ciò che in noi parla di egoismo o di orgoglio; far tacere tutto ciò che è “vano” ed è opinione che non tiene conto di Dio, tutto ciò che fa il vero rumore, ostacolo alla Parola di Dio. […] È tutta la nostra persona che non dovrebbe togliere la parola a Dio. […] Due innamorati trovano il modo di parlarsi a voce bassa anche se sono in un bailamme; mentre se uno non è innamorato dice all’altro: “Non ho sentito ciò che dicevi, pensavo a un’altra cosa” anche in un luogo dove sono soli» (La gioia di credere, 1997,  pp. 109 – 110; 113 – 114).

III°

SOLITUDINE

  1. Noi delle strade

«A noi gente della strada sembra che la solitudine non sia l’assenza del mondo, ma la presenza di Dio. È l’incontrarlo dovunque che fa la nostra solitudine.

Essere veramente soli è, per noi, partecipare alla solitudine di Dio. Egli è così grande che non lascia posto a nessun altro, se non in Lui. Il mondo intero è come un faccia a faccia con Lui dal quale non possiamo evadere. Incontro della sua vivente causalità negli incroci di strade, ricche di movimento. Incontro con la sua orma sulla terra. Incontro della sua Provvidenza nelle leggi  scientifiche. Incontro del Cristo in tutti questi «piccoli che sono suoi» quelli che soffrono nel corpo, quelli che s’annoiano, quelli che si inquietano, quelli che mancano di qualcosa.

Incontro con il Cristo respinto, nel peccato dai mille volti. Come avremmo cuore di deriderli, o di odiarli, questi innumerevoli peccatori ai quali passiamo accanto? Solitudine di Dio nella carità fraterna il Cristo che serve il Cristo. Il Cristo in colui che serve, il Cristo in colui che è servito. L’apostolato come potrebbe essere per noi una dissipazione o uno strepito?» (Noi delle strade, p. 66-67).

  1. La nostra solitudine

 «La nostra solitudine, mio Dio, non è essere soli, ma la tua presenza qui… A che ci gioverebbe andare in capo al mondo per trovare un deserto? A che ci gioverebbe entrare fra mura che ci separino dal mondo, dato che Tu non saresti lì più presente di quanto lo sei tra il frastuono di macchine e in questa folla dai cento volti?

Essere soli non è oltrepassare gli uomini o lasciarli. Essere soli è sapere che Tu sei grande, mio Dio, che Tu solo sei grande e che non c’è essenziale differenza tra l’immensità … dei granelli di sabbia [d’un deserto] e l’immensità di tutte quante le vite umane … Mosè, quand’ebbe incontrato una volta l’ineffabile roveto poté tornare tra gli uomini portandosi nel cuore un deserto inalterabile.

Così noi, non rimproveriamo al mondo non rimproveriamo alla vita di velarci il volto di Dio. Troviamo questo Volto! Ed esso velerà e assorbirà tutte quante le cose. Che importa se il nostro posto nel mondo è popolato o spopolato? Dappertutto noi siamo «Dio con noi» dappertutto noi siamo degli Emmanuele. […]

Quando ci si ama, si vuol stare insieme e quando si è insieme ci si desidera parlare. Quando ci si ama è penoso avere sempre della gente intorno. Quando ci si ama, si vuole ascoltare l’altro solo, senza voci estranee che vengano a turbarci. Per questo coloro che amano Dio hanno sempre sognato il deserto; per questo a coloro che l’amano Dio non può rifiutare il deserto.

E sono sicuro, mio Dio, che Tu m’ami e che, perciò, in questa vita così ostacolata,  stretta tutt’intorno dalla famiglia,  dagli amici e da tutti gli altri, non può mancare quel deserto in cui è possibile incontrarTi. Non si arriva mai al deserto senza avere attraversato molte cose, senza esser affaticati da una lunga strada, senza strappare i propri occhi al loro orizzonte abituale.

Si guadagnano i deserti, non si regalano. I deserti della nostra vita, noi non li strapperemo al segreto delle nostre ore umane, se non faremo violenza alle nostre abitudini , alle nostre pigrizie.

È difficile, ma essenziale al nostro amore.

Lunghe ore di sonnolenza non valgono dieci minuti di sonno vero. Così è della nostra solitudine con Te.

Ore di quasi solitudine sono per l’anima un riposo minore che un tutto istantaneo nella tua presenza.

Non si tratta di imparare l’ozio. Bisogna imparare ad essere soli ogni volta che la vita ci riserva una pausa. E la vita è piena di pause che noi possiamo scoprire o sprecare.

Nella più pesante e grigia giornata quale splendida gioia per noi la previsione di tutti questi incontri sgranati…

Quale gioia sapere che noi  potremo levare gli occhi al tuo solo Volto aspettando che la farinata si addensi, o mentre il telefono darà il segno d’occupato, mentre, alla fermata, attenderemo l’autobus in ritardo, mentre saliremo le scale, mentre andremo a cercare, in fondo all’orto, ciuffi di prezzemolo per condire l’insalata.

Che straordinaria passeggiata sarà per noi questa sera il ritorno in metrò quando si scorgeranno appena le persone incrociate sul marciapiede. Quali “occasioni vantaggiose” saranno per Te i nostri ritardi, quando si attende un marito, degli amici, dei figli. Ogni fretta di ciò che non arriva è molto spesso il segno di un deserto.

Ma i nostri deserti hanno rudi divieti, non fossero che le nostre impazienze o le nostre fantasticherie vagabonde o il nostro torpore, sempre in agguato di un po’ di  vacanza. Perché  noi siamo fatti così che non possiamo preferirti senza un minimo di lotta, e Tu, nostro Diletto, sarai sempre messo da noi sulla bilancia con questo fascino, con questa ossessione logorante delle nostre quisquilie». (La gioia di credere pp. 95-97 e 100-102).

  1. Solitudine e preghiera

 «La preghiera non può raggiungere la sua massima intensità senza «una solitudine». Dopo il Cristo anche i santi hanno avuto i loro deserti e non sempre di sabbia.

In una folla di cui ci si sente solidali e in cui si è solitari, si pende coscienza in modo acutissimo di che cosa significhi la  «conversione», il ritornare indietro: significa tornare indietro, completamente soli, per sé – poiché è da soli che si muore – e per tutti, in nome di tutti.

Bisogna, a qualsiasi costo, giungere a questa preghiera di fede che abolisce i rapporti di forza : «la fede… un grano di senape… e le montagne».

La solitudine di una folla atea, reclama da noi, come una necessità, il ritorno ad un ordine infranto, ad una alleanza rotta, il riconoscimento di un Dio che è motivo della nostra esistenza.

Come se fossimo incaricati  di una «funzione pubblica» dobbiamo adorare, accettare, prima di parlare degli uomini a Dio, un silenzio che, solo, può parlare a Dio di Dio. In questo silenzio, tutto quello che appare di ostacolo alla preghiera diventerà favorevole. Annientati dal lavoro, paralizzati dalla fatica. Provati dalle tentazioni, l’adorazione non diventerà che più facilmente quel sacrificio che essa non può attenuare senza perdere la propria caratteristica essenziale.

Ma pregare è anche domandare. Vuol dire drenare la durezza di una moltitudine di vite, presentarla come loro titolo di garanzia, e intercedere, supplicare, esigere, e questo si può chiamare «fare la propria preghiera» perché  è un lavoro che consuma, si potrebbe chiamare lavoro da mercenario, ingaggiato per grazia, per far fronte, al posto degli assenti. In un città comunista quello che può metterci alla prova più duramente, è spesso la sparizione di un Dio che fino allora era apparente, evidente, per noi.

Tale sparizione si rivela nella totale «inutilità» di Dio che appare manifesta nella vita dei comunisti, e nella vita della città, come centro urbano.  [ …]

È una grande sofferenza. Se non vediamo, camuffata dalla tentazione, la prova necessaria, possiamo facilmente soccombere. Ma se al contrario, crediamo in colui che, avendoci chiamati, «è fedele», se gli chiediamo come dobbiamo comportarci, ci risponde in questa occasione quello che abbiamo dimenticato e che forse non abbiamo mai imparato del tutto per essere dei convertiti vivi: la fede è un dono di Dio. Dono di Dio, la fede, estranea al mondo, viene donata al mondo. Credere significa consumare  fra i due, nel tempo, una alleanza eterna. Se essa fa dei fedeli, non si tratta di una fedeltà di sangue, di patria o di uomini, ma di una fedeltà personale al Dio vivo che chiama e al quale colui che viene chiamato deve rispondere liberamente e sempre con il suo cuore di uomo libero.

A questa chiamata come a questa risposta, è necessaria la solitudine; essa non rappresenta più una tentazione, ma il luogo indispensabile per il contatto con Dio. La preghiera rafforza le sue radici; la nostra visione di qualsiasi comunità ecclesiale si trasforma: gli alberi che devono insieme formare una foresta vivono ciascuno delle proprie radici solitarie. Impariamo che per proporci la fede, Dio chiama ognuno per nome, che la fede non è un privilegio  dovuto all’eredità o alla nostra buona condotta, ma che essa è la grazia  di  sapere che Dio fa grazia, la grazia di essere nel mondo dedicati con il Cristo alla sua missione di redenzione.

Riportati in stato di conversione, impariamo che la fede nel Figlio dell’Uomo e nel Figlio di Dio, ci lega indissolubilmente a Dio che la dona all’uomo, l’uomo della creazione, l’umanità intera. Anche noi infatti possiamo dire «uno per tutti». È per tutti che ognuno di noi riceve la fede.

La solitudine in cui ci ha spinti Dio ci rende consapevolmente solidali con ogni uomo che nasce in questo mondo, con tutte le nazioni che Cristo convocherà l’ultimo giorno» (Comunità secondo il vangelo, 1996, p. 83-85)

IV°

L’OBBEDIENZA

  1. Noi delle strade

«Noialtri, gente della strada, sappiamo benissimo  che sino a quando la nostra volontà sarà “viva”  non potremo amare davvero il Cristo.

Noi sappiamo  che solo l’obbedienza  potrà fondarci in questa morte.

Noi invidieremmo i nostri fratelli religiosi se non riuscissimo anche noi a morire, ogni istante, un po’ di più.

Le piccole circostanze della vita  sono dei «superiori» fedeli.

Non ci lasciano un attimo e i «sì» che dobbiamo dir loro  si succedono gli uni agli altri.

Quando ci si abbandona ad esse senza resistenza, ci si ritrova meravigliosamente liberati da se stessi.

Si galleggia nella Provvidenza come un turacciolo di sughero nell’acqua.

E non facciamo gli orgogliosi: Dio non affida nulla al caso; le pulsazioni della nostra vita sono sconfinate,  perché Egli le ha volute tutte.

Ci afferrano dall’attimo del risveglio. Il trillo del telefono. La chiave che gira male nella toppa. L’autobus che non arriva, che è zeppo, o che se ne va senza aspettarci.

Il nostro vicino di  sedile che occupa tutto il posto, o il vetro che vibra fino a stordirci. E, ancora, l’ingranaggio della giornata:  una pratica che ne chiama un’altra, un certo lavoro che non abbiamo scelto.

È il tempo con le sue variazioni raffinate perché assolutamente pure da ogni volontà umana. È l’avere freddo o avere caldo, l’emicrania o il mal di denti. La gente che si incontra. Le conversazioni che i nostri interlocutori scelgono. Il signore maleducato che ci urta sul marciapiede.

Le persone che hanno voglia di perdere tempo e che ci acchiappano.

L’obbedienza, per noi, gente della strada, è piegarci alle manie della nostra epoca quando sono senza malizia.

È avere i vestiti di tutti, le abitudini di tutti, il linguaggio di tutti.

È, quando si vive in parecchi, dimenticare di avere un gusto proprio e lasciar le cose al posto che gli altri han dato loro.

L’esistenza diventa così una specie di grande film al rallentatore.

Non ci dà la vertigine. Non ci fa ansimare. Corrode a poco a poco, fibra per fibra, la trama dell’uomo vecchio, una trama non più raccomandabile e che bisogna rinnovare totalmente.

Quando ci saremo abituati a consegnare la nostra volontà all’arbitrio di tante piccole cose, non troveremo più difficile, all’occasione, fare la volontà del nostro caposervizio, di nostro marito, o dei nostri genitori.

Allora possiamo sperare che ci sia facile anche la morte.

Non sarà una gran cosa, ma una successione di piccole sofferenze ordinarie accettale  una dopo l’altra» (Noi delle strade, p. 67-68).

  1. L’estasi delle tue volontà

«Quando quelli che amiamo ci  chiedono  qualcosa noi li ringraziamo di avercelo chiesto. Se a Te piacesse, Signore, chiederci una sola cosa in tutta la nostra vita, noi ne saremmo incantati, e l’aver compiuto quella sola volta la tua volontà sarebbe “l’avvenimento” del nostro destino.

Ma poiché tu metti nelle nostre mani un così grande onore ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, noi lo troviamo così naturale da esserne stanchi, da esserne annoiati.

Tuttavia, se comprendessimo quanto in scrutabile è il tuo mistero, noi rimarremmo stupefatti, di poter captare queste scintille del tuo volere che sono i nostri microscopici doveri.

Noi saremmo abbagliati nel conoscere, in questa tenebra immensa che ci avvolge, le innumerevoli, precise, personali luci della tua volontà Ma il giorno in cui comprendessimo questo, andremmo nella vita come profeti, come veggenti delle tue piccole provvidenze, come mediatori dei tuoi interventi.

Nulla sarebbe mediocre, perché tutto sarebbe voluto da Te.

Nulla sarebbe troppo pesante, perché tutto avrebbe radice in Te.

Nulla sarebbe triste, perché sarebbe voluto da Te.

Nulla sarebbe tedioso perché sarebbe amore di Te. […]

Noi non siamo mai dei miserabili lasciati a far numero, ma dei felici eletti, chiamati a sapere ciò che vuoi fare, chiamati a sapere ciò che attendi da noi istante per istante.

Persone che ti sono un poco necessarie, persone i cui gesti ti mancherebbero, se rifiutassero di farli.

Il gomitolo di cotone per rammendare, la lettera da scrivere, il bambino da alzare, il marito da rasserenare, la porta da aprire, la cornetta del telefono da alzare, l’emicrania da sopportare: tutti trampolini per l’estasi, altrettanti ponti per passare dalla nostra povera, dalla non cattiva volontà alla riva serena del Tuo buon volere» (La gioia di credere, pp. 141-142). 

  1. Nostro pane quotidiano

«Ci sono cristiani scalatori di paradiso e ci sono cristiani «terrestri».

Questi aspettano che il paradiso discenda in loro e li scavi secondo misura. La misura del paradiso in noi è il compimento preciso e generoso del nostro dovere quotidiano …

Compiere il proprio dovere quotidiano è accettare di rimanere dove si è, perché il Regno di Dio giunga fino a noi e si estenda su questa terra che noi siamo. È accettare con un’obbedienza magnanima la materia di cui siamo fatti, la famiglia di cui siamo membri, la professione in cui lavoriamo, il popolo che è il nostro, il mondo che ci serra, il tempo in cui viviamo». (La Gioia di credere, p. 155).

«Noi abbiamo un corpo … E Dio l’ha scelto per fame il corpo di un santo.

Noi abbiamo il corpo del nostro destino, il corpo della nostra santità.

Nel corso della giornata, il nostro corpo è il luogo di incidenti che spesso fanno a pugni  con la nostra anima: vibrazioni di nervi, pesantezza di testa, buone o cattive disposizioni, altrettante minute circostanze che, non per questo, sono meno le circostanze e l’espressione della volontà di Dio su di noi …  Tutto ciò costituisce le condizioni della venuta di Dio in noi; è un po’ del suo volere che ci si rivela: questo benessere, questa emicrania, queste gambe affaticate sono la materia della nostra grazia attuale …» (Ivi, p. 156). 

L’AMORE

  1. Noi delle strade

«Noi delle strade siamo certissimi di poter amare Dio quanto Egli vorrà essere amato da noi.

Noi non pensiamo che l’amore sia una cosa che brilla, ma una cosa che consuma; pensiamo che fare per Dio grandi azioni ce lo fa amare meno di quando facciamo con Lui e come Lui le azioni più piccole.

D’altra parte sappiamo d’essere molto male informati sulla misura dei nostri atti.

Sappiamo soltanto due cose: la prima, che tutto quello che facciamo non può essere che piccolo; la seconda, che tutto ciò che fa Dio è grande.

Questo ci rende tranquilli di fronte all’azione.

Sappiamo che ogni nostro lavoro consiste nel non gesticolare sotto la grazia, nel non scegliere le cose da fare e che sarà Dio ad agire per nostro mezzo.

Non c’è niente di difficile per Dio e, se uno teme la difficoltà è perché si crede capace di agire.

Poiché troviamo nell’amore un’occupazione sufficiente, non abbiamo perso tempo a classificare gli atti in preghiere e in azioni.

Troviamo che la preghiera è un’azione e l’azione una preghiera.

Ci sembra che l’azione veramente amorosa è tutta piena di luce.

Ci sembra che, di fronte ad essa, l’anima è come una notte tutta protesa verso la luce che sta per venire.

E quando la luce si fa – la volontà di Dio chiaramente compresa –  ecco l’anima viverla con dolcezza piena, con tutta pacatezza, guardando Dio animarsi e agire in essa.

Ci sembra che l’azione sia anche  una preghiera d’implorazione.

Non ci sembra che l’azione c’inchiodi nel nostro terreno di lavoro, di apostolato o di vita.

Al contrario, ci sembra che l’azione, perfettamente compiuta, là dove ci viene richiesta, ci innesti in tutta la Chiesa, ci diffonda in tutto il suo corpo, ci renda disponibili in essa.

I nostri passi camminano su una strada, ma il nostro cuore batte nel mondo intero.

È per questo che i nostri piccoli atti, nei quali non sappiamo distinguere fra azione e preghiera, uniscono così perfettamente l’amore Dio e l’amore dei nostri fratelli» (Noi delle strade, p. 68-69).

  1. La misura dell’amore

«Ogni mattina ci si imbatte nel  proprio prossimo, nel  proprio  prossimo più vicino, quello che si vede tutti i giorni.

È attraverso questo prossimo che si dice “buongiorno” al mondo intero. È attraverso questo prossimo che si saluta il Signore…

Poiché‚ davanti a Dio amiamo tutti gli uomini come noi stessi, liberati dalle nostre misure, con l’amore senza misura di Cristo, noi amiamo i nostri “cari” con un amore che mai saremmo in grado di dare loro.

Ma ogni volta che ci troviamo con loro bisogna che il nostro amore, contenuto entro le nostre misure, si sia fatto costantemente più vivo, più forte, più concreto… » (Indivisibile  amore, 1994, p. 89).

«In certe circostanze si sente tutta la strettezza del proprio cuore, cuore in mano, forse, ma non più largo di un palmo!…

Mi sembra che il solo modo di superare la sproporzione esistente tra il nostro cuore e l’incessante sconfinato appello alla carità sia di rispondere, senza calcolo, senza logica, agli appelli particolari che le circostanze fanno giungere a noi.

Attraverso tali risposte, noi rispondiamo al mondo intero» (Ivi, p. 90).

«Amare veramente è donare se stesso a un altro, perché‚ l’altro si realizzi pienamente nella sua identità» (Ivi, p. 91).

«Penso che il mondo intero è stato privato di forze vive, mutilato, sfigurato, perché coloro che erano destinati a vivificarlo, a guarirlo, a trasfigurarlo, hanno scelto di amare “facilmente” » (Ivi, p. 103). 

  1. Pazienza d’amore

« [Tutto ciò che ci chiede “pazienza”  è “una briciola della Tua Passione”]. Sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti, è l’autobus che passa affollato, il latte che trabocca, gli operai che vengono, i bambini che imbrogliano tutto.

Sono gli invitati che nostro marito porta a casa e quell’amico che, proprio lui, non viene; è il telefono che si scatena; quelli che noi amiamo e non ci amano più; è la voglia di tacere e il dovere di parlare, è la voglia di parlare e la necessità di tacere; è il voler uscire quando si è chiusi in casa.

È dovere uscire, quando si vorrebbe restare in casa, è il marito al quale vorremmo appoggiarci e che diventa il più fragile dei bambini; è il disgusto di quel che ci tocca tutti i giorni; è il desiderio febbrile di tutto quel che non abbiamo […]

È la Passione delle nostre pazienze» (La gioia di credere, pp. 146-147).

«Il fatto di abbandonarci alla volontà di Dio ci consegna nello stesso istante alla Chiesa che, da questa volontà medesima, è resa costantemente salvatrice e madre di grazia.

Ciascun atto docile ci fa ricevere pienamente Dio e dare pienamente Dio in una grande libertà di spirito.

Allora la vita è una festa. Ogni piccola azione è un avvenimento immenso nel quale ci viene donato il Paradiso, nel quale possiamo donare il Paradiso.

Non importa quello che dobbiamo fare: tenere in mano una scopa o una penna stilografica; parlare o tacere; rammendare o fare una conferenza,  curare un malato o battere a macchina.

Tutto ciò non è che la scorza della realtà splendida, l’incontro dell’anima con Dio rinnovata ad ogni minuto: un’anima che, ad ogni minuto, cresce in grazia e diventa sempre più bella per il suo Dio.

Suonano? Presto, andiamo ad aprire: è Dio che viene ad amarci.

Un’informazione?… eccola… è  Dio che viene ad amarci.

È l’ora di metterci a tavola? Andiamoci: è Dio che viene ad amarci.

Lasciamolo fare» (Noi delle strade, 69-70).

VI°

LITURGIA LAICA

La Gioia di credere p. 217

«Tu ci hai condotti stanotte in questo bar che si chiama «Chiaro di luna».

Volevi esserci Tu, in noi, per qualche ora, stanotte.

Tu hai voluto incontrare attraverso le povere nostre sembianze, attraverso il nostro miope sguardo, attraverso i nostri cuori che non sanno amare, tutte queste persone venute ad ammazzare il tempo.

E poiché‚ i Tuoi occhi si svegliano nei nostri e il Tuo cuore si apre nel nostro cuore, noi sentiamo il nostro labile amore aprirsi in noi come una rosa espansa, approfondirsi come un rifugio immenso e dolce per tutte queste persone la cui vita palpita intorno a noi.

Allora il bar non è più un luogo profano, quell’angolo di mondo che sembrava voltarti le spalle.

Sappiamo che, per mezzo di Te, noi siamo diventati la cerniera di carne, la cerniera di grazia, che lo costringe a ruotare su di sé, a orientarsi suo malgrado e in piena notte verso il Padre di ogni vita.

In noi si realizza il sacramento del Tuo amore.

Ci leghiamo a Te con tutta la forza della nostra fede oscura, ci leghiamo a loro con la forza di questo cuore che batte per Te.

Ti amiamo, li amiamo, perché si faccia di noi tutti una cosa sola.

In noi, attira tutto a Te.

Attira il vecchio pianista che dimentica il posto in cui si trova e suona soltanto per la gioia di suonare; la violinista che ci disprezza e offre in vendita ogni colpo d’archetto, il chitarrista e il fisarmonicista che fan della musica senza saperci amare.

Attira quest’uomo triste, che ci racconta storie cosiddette gaie.

Attira il bevitore che scende barcollando la scala del primo piano; attira questi esseri accasciati, isolati dietro un tavolo e che son qui soltanto per non essere altrove; attirali in noi perché incontrino Te, Te cui solo è il diritto di avere pietà […]

Dilataci il cuore, perché‚ vi stiano tutti; incidili in questo cuore, perché vi rimangano scritti per sempre. Tu fra poco ci condurrai sulla piazza ingombra di baracconi da fiera. Sarà mezzanotte o più tardi.

Soli resteranno sul marciapiede quelli per cui la strada è il focolare, quelli per cui la strada è la bottega.

Che i sussulti del Tuo cuore affondino i nostri più a fondo dei marciapiedi, perché i loro tristi passi camminino sul nostro amore e il nostro amore gl’impedisca di sprofondare più a fondo nello spessore del male.

Resteranno, intorno alla piazza, tutti i mercanti d’illusioni, venditori di false paure, di falsi sports, di false acrobazie, di false mostruosità.

Venderanno i loro falsi mezzi di uccidere la noia, quella vera, che rende simili tutti i volti scuri.

Facci esultare nella Tua verità e sorridere loro un sorriso sincero di carità. Più tardi saliremo sull’ultimo metrò. Delle persone vi dormiranno. Porteranno impresso su di sé‚ un mistero di pena e di peccato. Sulle banchine delle stazioni quasi deserte, anziani operai, deboli, disfatti, aspetteranno che i treni si fermino per lavorare a riparare le vie sotterranee.

E i nostri cuori andranno sempre dilatandosi, sempre più pesanti del peso di molteplici incontri, sempre più gravi del peso del Tuo amore, impastati di Te, popolati dai nostri fratelli, gli uomini.

Perché‚ il mondo non sempre è un ostacolo a pregare per il mondo. Se certuni lo devono lasciare per trovarlo e sollevarlo verso il cielo, altri vi si devono immergere per levarsi con lui verso il medesimo cielo.

Nel cavo dei peccati del mondo Tu fissi loro un appuntamento: incollati al peccato, con Te essi vivono un cielo che li respinge e li attira.

Mentre Tu continui a visitare in loro la nostra scura terra, con Te essi scalano il cielo, votati a un’assunzione pesante, inguainati nel fango, bruciati dal Tuo spirito, legati a tutti, legati a Te, incaricati di respirare nella vita eterna, come alberi con radici che affondano». 

VII

PRIMO GRUPPO DI NOTE SULLA PREGHIERA

(La gioia di credere p. 223)

  1. a) La preghiera è la nostra appartenenza a Dio

«Parecchie persone credono ancora alla logica e all’efficacia degli ordini contemplativi.

Parecchie, per contro, a un certo modo di agire che sostituirebbe la preghiera.

Ma dichiarare possibile una vita i cui atti siano preghiera, come continuazione d’una preghiera che è soltanto preghiera, che è un tempo «votato» a Dio, strappato a mille cose che si ritengono utili – e questo in mezzo al mondo, senza essere difesi da una regola religiosa – sembra generalmente un’utopia.

E utopia sarebbe, se ciò che fa di una vita una vita di preghiera non fossero sempre le medesime fibre viventi che cerchiamo di far passare attraverso circostanze diverse, ma che pure cerchiamo di far passare ugualmente.

Assurdo sarebbe che un Dio onnipotente volesse essere amato dai suoi figli e poi gli desse una vita in cui non possono amarlo. In fallo siamo noi, sicuramente.

Quando diciamo «religione», relazione con Dio, noi ci serviamo della nostra memoria: non del nostro spirito di scoperta, non della nostra facoltà d’invenzione. Siamo degli archivisti più che dei realisti.

Oggi, tuttavia, non viviamo più alla maniera di cent’anni fa: questo fatto non impedisce a ciò che ci rende vivi di renderci sempre più vivi. Lo stesso è per la nostra fede: essa è data a persone che non vivono alla stessa maniera, ma rimane sempre la medesima vita.

Una volta, quando non c’erano strade e circolavano meno vetture e ancora meno automobili, si poteva camminare dappertutto senza il rischio di venire investiti.

Ora è un bel po’ di tempo che non si cammina più nel mezzo delle strade. Tuttavia, la morte per investimento non è diventata un flagello dell’umanità.  Perché‚ si cammina altrove, e il rischio di venire investiti non è stato per gli uomini una ragione sufficiente per rinunciare a camminare. Oggi, è vero, non si può pregare come una volta, a meno di trovarsi in un monastero o in certe situazioni di vita eccezionali.

Non ne risulta però che non si debba più pregare.

Ne risulta che bisogna pregare altrimenti, ed è quest’altro modo che si deve scoprire».

  1. b) La preghiera e l’essere umano che noi siamo

«Basterebbe credere che Dio esiste, credere a ciò che egli è se è Dio, perché‚ dargli la nostra vita ci appaia cosa sproporzionata: non per eccesso, ma per difetto. Si sia o no cristiani, non sembra che si possa, senza preghiera, misurare l’infinita differenza che esiste tra il Creatore e il minuscolo vivente che noi siamo. Non sembra che una sana nozione del soprannaturale si possa acquisire senza questa valutazione di base.

Se non l’abbiamo acquisita, mancherà sempre alla nostra adorazione una sorta di gratuità: quella dell’infinitamente piccolo e povero che si rallegra di una grandezza e d’una magnificenza il cui solo riflesso vitale ricevuto non gli permette di rallegrarsi di sé, non gli permette di inorgoglirsi.

Se non abbiamo questa base, il nostro desiderio di diventare umili mancherà d’un certo vigore.

Non comprenderemo come ciò che chiamiamo «umiliazioni» ricevute da altri uomini siano soltanto polvere pesante su altra polvere; mentre tutta la nostra vita dovrebbe gridare la sua umiltà di giustizia di fronte a Dio, lo splendore di un Dio tanto potente da creare l’infimo, tanto chiaroveggente da non perdere di vista questo estremo di piccolezza». 

  1. c) La preghiera e la fede

«Noi siamo dei battezzati. Abbiamo ricevuto la fede. Credere per noi non è accettare una «credenza»; avere la fede, credere in Gesù Cristo è vivere la vita del nostro Dio. In quanto Creatore, Dio ci era in qualche modo «chiuso» sia nella sua prossimità sia nella sua trascendenza. Il battesimo ci ha fatti suoi figli: ancora sempre infermi, ma divenuti della sua «razza». Questo contrasto è smisurato per noi. La nostra ragione ne registra i termini, ma non può comprenderlo.

La fede invece s’immerge e affonda nel mistero: essa conosce come siamo amati, mentre noi sappiamo soltanto che lo siamo.

Possiamo realizzare soltanto nella preghiera questa adesione a ciò che la fede conosce, questo accordo della nostra volontà con ciò che essa ci fa sapere a grandi linee. Non potremo, senza la preghiera, sinceramente desiderare l’umiltà di spirito, perché non sapremo neppure ciò che essa è.

Nella preghiera penetreremo – se lo domandiamo fermamente a Dio e se vi applichiamo anche la nostra «testa» – la differenza notevole esistente fra ciò che il più geniale spirito umano può conoscere e ciò che conosce la fede nella sua oscurità. La preghiera soltanto può insegnarci a fondo sino a che punto, pur nelle sue più grandi chiarità, il nostro spirito è ignorante».

  1. d) La preghiera e la Chiesa

«La Chiesa è fatta per ciò che noi siamo: carne, spirito, grazia. Tutto ciò che in essa è grazia sbocca nel mistero, tutto ciò che in essa è visibile e tangibile ci propone degli atti di fede.

Senza preghiera, la Chiesa rischierà di restare per noi un corpo sociale invece di essere il Corpo Mistico di Cristo: una specie d’armata dei combattenti spirituali in cui ciascuno ha il suo grado; non questo Corpo di cui «noi siamo membri» con le sue relazioni vitali, il suo ordine vitale, i suoi valori vitali. Senza la preghiera, noi non sapremo sino a che punto l’obbedienza a delle leggi viventi differisca dalla disciplina.

– Senza preghiera, sarà difficile che la Chiesa sia per noi Gesù Cristo. Noi non percepiamo a quali rapporti siamo chiamati in essa: i rapporti tra gli altri e noi o tra noi e gli altri sono sempre Gesù Cristo che va a Gesù Cristo o che viene da Gesù Cristo.

Senza preghiera, noi non vivremo la Chiesa: non ne vivremo come si può vivere del discorso eucaristico e della preghiera sacerdotale.

Senza la preghiera, noi non distingueremo l’amore fraterno per l’infedele da questa sorta d’amore necessario che è l’unità d’un corpo e di cui ci si deve amare fra cristiani.

Senza la preghiera, la Chiesa potrà darci tutti i tesori che le domanderemo: la vita di Dio nel battesimo, il sangue del Cristo nella penitenza, il Cristo totale della Comunione, l’unità segnata dal sangue di tutte le messe e il loro sacrificio ininterrotto: tutto questo ci sarà dato, ma noi non ne serberemo che una parte, senza la preghiera.

–  Senza la preghiera, noi potremo essere dei «sapienti» nella dottrina della Chiesa o in questo e quel punto della dottrina che avremo appreso e ritenuto, ma che non avranno raggiunto in noi ciò che doveva vivere meglio per mezzo loro».

  1. e) La preghiera e il Vangelo

«Se il Vangelo è un libro, bisogna leggerlo. Tuttavia, questo non basta. Il Vangelo è un libro che si prega. La nostra ragione ha il suo lavoro da compiere nel Vangelo. E la nostra preghiera ha da accogliere il lavoro che, attraverso di esso, Dio vuol fare in noi. Tra la lettura del Vangelo e i nostri poveri tentativi di obbedienza ai suoi esempi e ai suoi precetti c’è la preghiera. Senza di essa, noi vedremo come miopi e obbediremo come servi paralitici. Soprattutto, senza preghiera il Vangelo sarà soltanto parole e noi rischieremo di non incontrare vivo colui che parla, colui che trascina, colui che si deve seguire».

  1. f) La preghiera di una vita laica

«La preghiera d’una vita laica è, a titolo officioso, una funzione pubblica. Sono tanti gli ambienti privi di fedeli e privi, a maggior ragione, di adoratori: noi sappiamo che una preghiera cristiana è per tutti gli uomini, ma coloro che vediamo e tocchiamo pesano su di essa con un peso particolare. Oggi, la preghiera è il più grande bene che si possa portare al mondo».

  1. g) La preghiera e il nostro amore

«Si tratta d’amore. […] Senza conoscenza non c’è amore possibile e non ce n’è di più senza dei gesti.

Ogni amore ha gesti che gli sono propri: anche i più semplici richiedono tempo. Una madre non corica il suo bambino sbucciando le patate. Un grande amore è quasi sempre esclusivo. Esclusivo, perché non può essere assente da nulla nella vita di colui che ama. Esclusivo, anche perché vuole che un poco di questa vita appartenga a lui solo.

Senza la preghiera, noi non ameremo Dio d’amore. Saremo forse i suoi servitori, i suoi militanti, anche i suoi discepoli: non saremo né dei figli che amano il loro padre, né gli amici o le amanti di Gesù Cristo.

Qualunque sia la forma della preghiera, per essa noi incontriamo il Dio vivo, incontriamo il Cristo vivo. Qualunque sia la base umana da cui essa parte, sempre dovrà usare le grandi forze oscure che raggiungono Dio in se stesso: la fede, la speranza e la carità.

Da qualunque inizio di preghiera si parta: rosario, ufficio divino, meditazioni su questo o quel libro, quest’azione o quell’incontro, se ci orientiamo verso Dio le grandi forze soprannaturali sono al nostro servizio; e non appena ci orientiamo verso Dio «in verità», noi abbiamo bisogno di esse. In questo campo, infatti, la nostra ragione resta assai presto senza fiato.

Dobbiamo sapere che là dove la nostra ragione si ferma, la fede avanza e conosce.

È meraviglioso: potrà capitarci di pregare mentre ogni attività in noi è tranquilla, consci che la fede conosce Dio come egli merita di essere conosciuto a nome nostro e di molti altri. Poco importerà il punto di partenza donde noi avremo conseguito qualche amara constatazione su noi stessi.

Se non vogliamo restare ancorati a questa amarezza, non ci sarà che la Speranza capace di distaccarcene, così come essa sola potrà impedirci di desiderare, per coloro che amiamo, le felicità che non sono la beatitudine. E poco importerà ciò che avrà servito da «ambiente» alla nostra preghiera: preghiera propriamente detta, meditazione o azione.

Anche qui noi incapperemo assai presto nella nostra impossibilità di amare Dio a modo suo, se non con il suo proprio amore, se non con la carità.

La Fede, la Speranza e la Carità sono doni di Dio.

Egli li dà a chi li domanda. La preghiera che ci metterà in presenza del Dio vivo, del Cristo vivo, sarà come produttrice di se stessa.

Insegnandoci perché amiamo, essa ci spingerà a domandare come amare.

Assai più della donna amante (di cui parla il Vangelo) noi vorremmo offrire ogni giorno, ogni ora di ciascun giorno, questo rinnovamento di sé‚ perseguito da chi ama, per essere ininterrottamente un dono come ringiovanito, come nuovo. Sedotti da colui che i suoi nemici chiamavano il «Seduttore», avremo la passione di somigliargli riproducendo in noi i suoi minimi tratti, i suoi minimi pensieri, i suoi minimi gesti.

Dove li impareremo, se non nella preghiera? Essi sono così spesso agli antipodi del nostro cuore … ».

  1. h) Ma come pregare?

«Un giorno il Signore suggerì ai suoi discepoli di chiudersi l’uscio alle spalle per pregare. Ma un altro giorno insegnò loro il Padre Nostro, e si trovavano per strada in mezzo a molta gente.

Lui stesso pregò nella solitudine e pregò tra la folla. Se un cristiano sa di dover pregare in certi luoghi – Gesù pregava nel Tempio – deve anche sapere che può pregare dappertutto».

  1. i) Il sacrificio della preghiera

«La preghiera che ci è domandata è anzitutto un sacrificio. È un prelevamento di tempo il cui solo fine sarà di venire offerto a Dio. Questo aspetto della preghiera è di capitale importanza per noi, perché è nella nostra vita quotidiana il richiamo, l’attuazione dell’appartenenza a Dio che noi pretendiamo di avere scelto.

Da questo punto di vista, pregare è preferire Dio.

È anche amare senza finzione gli altri: perché Dio non avrebbe bisogno dei nostri sacrifici, del sacrificio che durante la preghiera noi dobbiamo diventare, se non ci fosse bisogno di redenzione.

Noi non siamo più degli innocenti, siamo dei riscattati il cui riscatto concreto è sempre da compiere.

È infine fortificare in noi la volontà di sacrificio, senza il quale il celibato, l’obbedienza, il coraggio da sostenere resterebbero anemici.

Delle convinzioni solide in questo campo ci permetteranno di trovare ogni giorno un tempo riservato soltanto a Dio.

Ragioni valide per non trovare questo tempo possono esistere costantemente: in tal caso altre soluzioni, settimanali per esempio, devono essere trovate.

Oppure queste ragioni sono episodiche: allora bisogna riconoscerle lucidamente, non lasciarsi inquietare o tiranneggiare, ma «non tirare in lungo» quando le impossibilità eccezionali scompaiono.

Per l’indispensabile, per il necessario alla vita di coloro che amiamo o alla nostra vita, si trova sempre il tempo che occorre.

Così, non troveremo per pregare il tempo che generalmente sembrerebbe possibile a ciascuno di noi, se non lo considereremo necessario.

Bisogna dunque ricercare, prima di tutto, perché è necessario trovare il tempo di pregare».

  1. j) La preghiera e la relatività del tempo

«Tra le condizioni generali che le circostanze del nostro tempo fanno subire alla preghiera, quella più percettibile e che colpisce di più è come una limitazione di spazio, di spazio in superficie e in tempo.

Molti dei nostri contemporanei hanno poco posto e molti hanno poco tempo libero. Avere poco posto è una delle condizioni più costanti della povertà nelle regioni industriali.

Poiché desideriamo diventar poveri, ciò che deve stupirci è di avere posto, non di non averne; è di pregare al largo, non di pregare allo stretto.

Il lavoro degli uomini che chiamiamo «lavoratori» – sebbene molti altri, che pure lavorano, non si chiamino così – ha questa particolarità: non solo, come ogni lavoro contemporaneo, esso invade la vita, ma la mutila rispetto ai bisogni che gli son propri, lasciando al caso o alla velleità la soddisfazione dei bisogni umani. Avere del tempo per la propria vita e uno di questi bisogni.

In molte regioni, essere poveri è lavorare a un lavoro che non rispetta il tempo di cui ha bisogno una vita umana per se stessa.

Se desideriamo divenire poveri, non dobbiamo meravigliarci d’una certa contrazione del nostro tempo e, soprattutto, delle regole arbitrarie che lo reggono né delle condizioni che soffocano la libertà pratica della vita.

Non illudiamoci, pertanto. Professioni liberali o lavoro salariato divorano il tempo.

Le prime, in un modo di cui possiamo scegliere certe condizioni.

Il secondo, senza che possiamo esprimere delle preferenze.

L’uno e le altre, decimando ciò che si chiama il tempo libero, il tempo in cui noi siamo liberi.

Da ciò è facile dedurre che il cristiano la cui vocazione non permettesse di «strappare» del «tempo per Dio solo», dovrebbe considerarsi come nell’incapacità forzata di pregare. Ora, riprendendo in altri termini ciò che prima dicevamo: Dio non s’è dato pensiero di crearci per permettere poi che noi fossimo, in rapporto a lui, degli asfissiati.

Il nostro tempo ha delle «prese d’aria» che gli son proprie: a noi, scoprirle e servircene».

  1. k) Le «prese» di preghiera

«Occorrerebbero certe condizioni psicologiche, per vedere gli spiragli capaci di ristabilire il nostro contatto con Dio.

Occorrerebbe che noi fossimo sensibili, sul piano delle modificazioni contemporanee della vita collettiva, a una trasformazione che ha come cambiato la base stessa di ogni aspetto di questa vita.

Gli esempi presi dalle relazioni umane sono assai noti, perché spesso citati. Altri esempi lo sono meno, benché, forse, più costruttivi. Sono gli esempi che si potrebbero prendere nel campo di certi bisogni primordiali dell’uomo, come il riscaldamento.

Quando per gli usi del fuoco bisognava servirsi della legna, uno scampolo di foresta non sarebbe bastato. Occorreva dello spazio coltivato a boschi. Anche quando entrò in scena il carbone, lo spazio conservò tutto il suo valore: la lunghezza e il numero delle miniere ne sono prova.

Ma ecco apparire un nuovo tipo di valutazione, con altri combustibili che gli uomini non ottengono più  mediante la coltura o lo sfruttamento di vasti spazi, ma con primati di profondità: con trivellazioni.

Quanto allo spazio, nulla di meno esigente che una trivellazione. Può aver già raggiunto la vena di petrolio o di gas naturale e non presenta, in un paesaggio di pini o i prati, se non esili colonne industriali. Non evoca immagini di forza o di abbondanza. E gli uomini, se ignorassero e il gas e il petrolio, non riterrebbero preziose le prime emanazioni spontanee. Di conseguenza, non farebbero il minimo sforzo di ricerca e d’incremento. Io penso talvolta che se il Signore fosse tra noi, si servirebbe delle trivellazioni per le sue parabole. Noi possiamo, in mancanza di meglio, immaginare ciò che esse sarebbero. I doni di Dio, quelli di cui noi abbiamo bisogno per compiere la sua volontà, sono sempre gli stessi. Noi non siamo né peggiori né migliori dei nostri padri, per poterne fare a meno.

Nella vita, certuni sono sempre al medesimo posto: come il latte nelle vacche e le vacche nei campi; il che suppone un certo spazio necessario: quello delle stalle e dei prati, per non parlare che del latte.

Ma altri doni del Signore, che pure ci sono necessari, possono in certi luoghi non trovarsi che nelle profondità. E queste profondità, per essere raggiunte, non esigono più tenacia che il lavoro di grandi spazi, ma ne esigono altrettanta.

Non maggiore perseveranza, ma altrettanta. Un numero ben minore di rischi noti; ma l’insicurezza dell’ignoto. Nelle nostre vite senza superficie e senza tempo, nelle nostre vite senza spazio, non dobbiamo cercare lo spazio che una vita cristiana d’altri tempi esigeva. Per la preghiera noi disponiamo d’uno spazio limitato: ci mancano appunto le trivellazioni, che devono sostituirlo.

Che noi siamo non importa dove, anche Dio vi è. Lo spazio necessario per raggiungerlo è lo spazio del nostro amore, che non vuole essere separato da Dio, che vuole incontrare Dio.

Colui che non ha cercato di sapere chi sia veramente, totalmente, attualmente Gesù, non lo desidererà. Lo desidererà meno di quanto il fanciullo non desideri un’arancia dal fruttivendolo.

Ma quelli che han tentato la scalata al mistero di Dio, che l’hanno pensato possibile, che l’hanno creduto possibile, che infine l’hanno creduto vero e hanno provato in questa verità la gioia delle gioie;

coloro che hanno dovuto fare posto in sé a una gioia più grande ancora, conoscendo che questo mistero si era reso percettibile agli occhi degli uomini in un uomo che era uomo e che era Dio;

coloro i quali sanno che quest’uomo rimane con loro sino alla fine dei tempi, con il suo corpo, il suo sangue, la sua gloria;

coloro che hanno creduto e credono tutto questo, noi che lo crediamo, non avremo il desiderio di trovarlo dappertutto, dove egli dice che si trova, per rovesciare e attraversare tutti gli ostacoli che ci impedirebbero d’essere sempre e sempre più con Lui?

Questo è il desiderio che fa la preghiera e la fa non importa dove. Dappertutto, qualsiasi amore porta con sé il desiderio. Amare Dio abbastanza da voler essere con Lui, portare in sé il desiderio di questo amore e avere una forza capace di attraversare la via più dura e più buia per raggiungere nella preghiera colui che amiamo.

Alcuni minuti di questa preghiera ci daranno a Dio e daranno Dio a noi più che parecchie ore forse molto raccolte, ma che non siano state precedute da un desiderio vivo e volontario. Il ritiro nel deserto può consistere in cinque stazioni di metrò alla fine di un giorno in cui avevamo «trivellato» un pozzo verso questi minimi istanti. Per contro, il deserto stesso può essere senza «ritiro», se abbiamo aspettato di esserci per desiderare l’incontro col Signore. Le nostre andate e i nostri ritorni – e non soltanto quelli reali che si fanno da un luogo a un altro luogo, i momenti in cui siamo costretti ad attendere – sia per pagare a una cassa o perché si renda libero il telefono o perché si faccia del posto in un autobus, sono momenti di preghiera preparati per noi nella misura in cui noi siamo preparati per essi.

Averli sprecati perché non vi eravamo pronti, può essere stimato per ciò che è: un peccato veniale. Ma se un giorno, col Signore, non si tratterà più di peccato ma d’amore, forse prenderemo coscienza di essere state delle ridico-le amanti. Perché questi piccoli vuoti di tempo esistono in tutto il mondo e noi, donne, non sappiamo abbastanza in cosa impiegarli quando non cerchiamo di seguire il Signore.

Oppure sogniamo: per questo abbiamo una solida stima. Oppure siamo «nella luna», cioè pensiamo dieci minuti senza alcun valido motivo all’affisso «Persil» che sta sulla pensilina del metrò.

Oppure facciamo parte delle donne «problematiche» o coltiviamo piccole noie. È il tempo trascorso in questa o quella di tali cose che si tratta di ricuperare e rendere a chi di diritto.

È preferire il Signore a un affisso, a uno slogan, a se stessi».

  1. l) Vivere non esige tempo …

«Ci vorrebbe una moltitudine di paragoni per far comprendere che nel Vangelo non è il tempo ciò che conta di più.

Fra persone che si amano, il tempo per dirselo è stato talvolta brevissimo. Ciascuno è forse dovuto ripartire per il suo lavoro o per un altro dovere: questo lavoro e questo dovere non saranno stati altro che l’eco di poche parole dette in pochi minuti.

Se abbiamo perduto qualcuno che amavamo e ne ritroviamo una lettera, delle note che ci dicono un po’ della sua vita ci sembra di avere trovato un tesoro. E il nostro spirito ne diventa veramente pieno come se fosse un tesoro. E se per caso queste note riguardassero ciò che quella persona pensava di noi, pensava per noi, desiderava che noi facessimo, esse diventerebbero il nostro pensiero dominante.

Se abbiamo perduto da bambini un padre, un fratello maggiore, e l’abbiamo conosciuto attraverso i suoi scritti, le sue note, i suoi ultimi desideri, l’incontro con uno dei suoi amici che ci parli di lui, che lo renda vivo coi suoi aneddoti, ci racconti che cosa egli faceva e come – questo sarà un avvenimento nella nostra vita e per lungo tempo impegnerà la nostra riflessione.

Il Vangelo è un po’ tutto questo per noi o, almeno, dev’esserlo.

Se lo vogliamo studiare dal punto di vista storico o critico, il Vangelo ci richiederà del tempo.

Se vogliamo approfondire ciò che nella dottrina della Chiesa si riferisce a certi passi del Vangelo, anche questo ci richiederà un certo tempo. Ma se nel Vangelo cerchiamo – il che non c’impedisce di cercare il resto – qualcosa del Signore vivo che ancora ignoriamo: la sua parola, il suo pensiero, il suo modo di fare, ciò che vuole da noi; insomma, più lui stesso, questo lui stesso che noi cerchiamo dovunque egli ci dice di essere e che non troviamo mai quanto vorremmo, non è di tempo che avremo bisogno.

O più esattamente: è di tutto il nostro tempo che in un certo senso avremo bisogno.

Infatti, vivere non esige tempo: si vive tutto il tempo, e il Vangelo – qualunque cosa significhi per noi – deve essere prima di tutto vita.

Per compiere la loro opera di vita in noi, le parole del Vangelo che abbiamo letto, che abbiamo pregato, che abbiamo forse studiato, bisogna portarle in noi il tempo che gli è proprio, perché la luce che gli è propria c’illumini e vivifichi».

  1. m) La preghiera e i sacramenti

«Dei sacramenti non preceduti e non accompagnati dalla preghiera sarebbero come un cibo sano, consumato in un luogo chiuso da cui poi non si uscisse.

Ogni sacramento infatti cambia qualcosa in noi per la comunicazione di ciò che è Gesù stesso.

Se noi non «conserviamo», attraverso la preghiera, il dono che abbiamo appena ricevuto, noi lo lasciamo sì agire di per se stesso, ma non gli apportiamo la nostra volontà di essere rigenerati.

Siamo allora degli scialacquatori.

Invece, a causa di questo qualcosa d’infinito che ogni partecipazione col Signore porta con sé, la grazia sacramentale ricevuta raramente, con forza, può essere conservata viva e trasformante nella misura stessa della nostra speranza».

  1. n) La messa e la preghiera ufficiale della Chiesa

«La messa è il sacrificio del Cristo. L’essere sacrificio la rende gioia e dolore: dolore, perché‚ ciò che Gesù ha sofferto non può essere preso alla leggera; gioia, perché‚ questo dolore è la causa della nostra pace di figli di Dio, della nostra riunione nella famiglia del Padre, del nostro accesso all’amore.

Si è abbastanza insistito sul carattere sacrificale della nostra disponibilità a Dio, sull’importanza prima che noi diamo a questa volontà di sacrificio ma anche sull’impossibilità di separarla dall’amore verso gli altri figli di Dio e verso le altre creature umane perché‚ la messa abbia facilmente come il pane quotidiano, il necessario costante della nostra vita.

Nondimeno, in certe circostanze, in certe condizioni apostoliche essa può scomparire – per così dire – dalla nostra vita o diventarvi rara.

Un tale stato di cose può qualche volta essere accettato. Tuttavia, non avverrà mai senza un’autentica temerarietà che coloro i quali subiscono questa prova la subiscano senza essere aiutati da atti, anche invisibili ma onerosi, di loro fratelli cristiani o da un appoggio sacerdotale. Secondo il loro temperamento religioso o la loro grazia particolare, le persone sono più o meno attirate dalla preghiera ufficiale della Chiesa. Io non penso che si possa farne a meno, senza aver tentato di accostarvisi.

In ogni caso, sarebbe segno d’un debole attaccamento alla Chiesa non essere legati a ciò che è la «sua preghiera», a ciò che è diventato la preghiera del Cristo. La liturgia può essere splendidamente evocata nel suo ritmo annuale o nelle feste dei suoi santi, sul canovaccio della vita. Anche le «ore» di questa liturgia possono avere facili richiami nelle ore delle nostre giornate».

VIII°

SETTE  MINUTI SULLA  PREGHIERA

La gioia di credere, p. 238

Durante un incontro all’istituto ecumenico di Bossey in Svizzera nel luglio 1959 (settanta partecipanti, di cui cinque cattolici), i rappresentanti delle diverse confessioni erano stati invitati a dire ciò che la preghiera della «loro Chiesa» gli dava di più prezioso.

Ciascuno disponeva di sette minuti: non si doveva parlare né dell’Eucaristia né dei legami che la preghiera poteva avere con il dogma.« Quando mi domandarono – riferisce Madeleine – se avrei accettato di parlare così della preghiera, siccome ero appena arrivata chiesi di riflettere. Obiettai la mia ignoranza del «vocabolario» usato dai miei interlocutori e il rischio dei malintesi: Aggiunsi che mi sembrava quasi impossibile parlare della nostra preghiera senza parlare dell’Eucaristia … Questo breve intervento segnò l’inizio d’una reale cordialità con coloro che mi circondavano ».

Dell’esposizione che fece Madeleine, abbiamo ritrovato due abbozzi che pubblichiamo. Il confronto dei documenti darà un’idea del rigore che portava Madeleine a esprimere fedelmente e con pieno rispetto del suo uditorio ciò che le stava a cuore.

  1. Ciò che è più prezioso nella preghiera

«Appartengo a Gesù Cristo nella Chiesa cattolica romana.

La Chiesa: io vi son dentro come un membro nel corpo, come una cellula in un organismo vivente. Essa mi trasmette la vita dei figli di Dio. Vivere da Figlio di Dio nel Cristo

  • è essere con Lui e parlare con Lui, è pregare personalmente;
  • ma è sempre essere in famiglia con il mondo intero, nello stesso tempo che si è in famiglia con Dio;
  • è per me partecipare alla preghiera della Chiesa.

Questa preghiera è inseparabile dalla vita della Chiesa, dalla sua vita sacramentale: l’Eucaristia, la cena del Signore con la quale essa costituisce un tutto. La Chiesa ha la sua preghiera. Essa continua sempre.

La preghiera della Chiesa

  • e una glorificazione di Dio, la preghiera a Dio perché‚ egli è Dio;
  • non domanda nulla;
  • glorifica Dio a nome del mondo intero,

servendosi delle parole stesse di Dio.

La preghiera della Chiesa

  • è la Parola di Dio, la legge di Dio;
  • l’invito a convertirsi, a obbedirgli.

La preghiera  della Chiesa è la preoccupazione per tutti gli uomini:

  • universale: tutti senza eccettuarne alcuno;
  • totale: senza eccettuare un sol bisogno di ciascun uomo.

La preghiera della Chiesa

  • è la preghiera per me, uomo e povero;
  • essa m’impedisce di lasciarmi affascinare dai miei egoismi o da interessi particolaristici;
  • essa prega per tutti.

Mi permette di far tacere il mio frastuono individualista, di essere abbastanza silenziosi in se stessi per pregare.

Mi permette di veder tornare continuamente i veri motivi della preghiera cristiana: glorificare Dio come Dio; offrire il mondo intero a Dio. Mi ricorda ciò che è: l’assoluto dell’amore di Dio, l’assoluto dell’amore del prossimo vicino, anche i giorni in cui vorrei, in cui sarei capace di dimenticarlo. Mi dà la pace».

  1. La preghiera nella chiesa

«Essa mi vota al silenzio, al silenzio materia prima della preghiera.

Essa mi vota al silenzio con queste grida incessanti e forzatamente incompiute, lanciate verso la Gloria divina.

Essa mi rende libera d’essere disponibile a una supplica di tutta me stessa, per i bisogni di ogni uomo che io non conosco: perché la sua intercessione riprende indefinitamente i bisogni essenziali di tutta l’umanità da cui deriva ciascun bisogno, di ciascun uomo, ciascun giorno.

Essa mi lascia libera da ogni fardello per seguire Dio.

Alla fine di ogni giornata posso lasciare tutto ciò che ho ascoltato, obbedito o male ascoltato, mal obbedito della Parola di Dio; domani la Chiesa mi darà di nuovo questa parola e potrò darle un cuore nuovo per ascoltare e per obbedire. È nella Chiesa che io sono nel Cristo e vivo Gesù Cristo; nella Chiesa, come un membro dentro un corpo, come una cellula in una materia viva. La mia vita personale cristiana è la conseguenza di questa vita comune della Chiesa.

La preghiera comune della Chiesa, la preghiera liturgica è inseparabile dai sacramenti: essa sta tutta intera sull’asse dell’Eucaristia, il mistero della Cena del Signore.

Essa è il più delle volte pubblica. Ma anche quando è privata, rimane comunitaria.

Come la Chiesa, la preghiera della Chiesa è per Dio.

Come la Chiesa, la preghiera della Chiesa è in mezzo agli uomini per gli uomini. Per Dio essa compie il primo comandamento, essa è amore di Dio; l’amore è disinteressato.

Essa è prima e soprattutto una glorificazione di Dio, la più alta glorificazione possibile, con parole che sono quasi sempre le parole di Dio; da parte di tutti gli uomini, di ciascun uomo del mondo intero.

Per gli uomini, partecipazione di ciò che abbiamo di più grande: poter glorificare Dio tanto per loro quanto per noi.

Questa preghiera è contemplazione di Gesù Cristo:

obbedienza e conformità. Questa preghiera è un insegnamento della legge di Dio. Il Vangelo ne è il centro.

Questa preghiera ci libera da tutti gli egoismi o da tutto ciò che falsa, nell’amore fraterno, l’amore verso alcuni nostri fratelli: perché essa è sempre universale e sempre totale per tutti i veri bisogni di tutti gli uomini.

In essa, le nostre avarizie le nostre durezze le nostre cecità sono riparate. E, in mezzo a tutti gli uomini, così per l’uomo che ciascuno di noi è:

  • essa fa tacere il nostro frastuono interiore;
  • ci dona il silenzio su noi stessi;
  • ci rende atti a ricevere la parola del Signore;
  • ci libera dalle nostre abitudini, dai nostri ricordi inutili;
  • ci rende nuovi di fronte a ciò che Dio vuole in ciascun oggi;
  • ci permette di seguire Gesù Cristo di seguire l’appello misterioso della
  • fede di cui essa ci dice: nient’altro che l’assoluto, ma tutto l’assoluto, anche i giorni che noi non avremmo più se non la forza di fuggire».

IX°

PREGHIERA ALLA RAPITA[1]

La gioia di credere, p. 243

«Santa donna di Betlemme o di Provenza, della quale non ci è detto se sia stata vergine, vedova o martire».

«Santa Rapita, che sapesti trovare tutta rapita il santo Fanciullo, fa’ che riconosciamo Dio là dove si trova la vita d’un uomo.

Santa Rapita, che fosti rapita da sì piccoli accadimenti da sì piccola gente, da sì piccolo Fanciullo, ottienici di riconoscere la Storia sacra in ciò che succede quotidianamente.

Santa Rapita, che entrasti tu stessa rapita nella Storia sacra, permetti che con gl’istanti del tempo noi facciamo degli accadimenti eterni.

Santa Rapita, che fosti rapita nel vedere Dio venire al mondo presso persone arrivate d’altrove quella stessa notte, insegnaci che per veder Dio venire al mondo ci occorre vedere altri prossimi venire verso noi, diventare prossimi.

Santa Rapita, che fosti rapita vedendo Dio diventare il prossimo del tuo prossimo e di te stessa, una fra le altre, insegnaci questa contemplazione senza discorsi, insegnaci a levare al cielo delle braccia vuote.

Santa Rapita, che non porti regali, ma offri tutti quelli degli altri, insegnaci a essere utili senza pretesa di essere efficaci.

Ottienici di levare le braccia come te per acclamare come te Dio che fece il mondo e che viene al mondo» (Nota del 1961).                                                                              

SECONDO GRUPPO DI NOTE SULLA PREGHIERA

La gioia di credere, p. 245

  1. Pregare è un dono di Dio
  1. a) Signore, insegnaci a pregare

«Non c’è per la preghiera un “certificato di attitudine professionale”. Per ragioni esterne o interiori bisogna, una volta o l’altra, convenire che non si sa o che non si può pregare. Bisogna:

– Credere che la preghiera è assolutamente necessaria perché la vita del Cristo in noi sia vivente attiva e feconda. La certezza di questa necessità è una conseguenza della fede. Pregare ci è dato così come ci è data la fede, con la fede. Se non la domandiamo, la preghiera resta al «punto morto», e se cessiamo di domandarla si dilegua, «ci esce dallo spirito».

– Credere che, per poter pregare, la buona volontà non basta, se non conduce a rivolgere a Dio questa supplica: «Signore, insegnaci a pregare».

– Credere che, per poter pregare, i nostri sforzi – da soli – sono incapaci di fondare in noi la necessità della preghiera. Letture e riflessioni su di essa, contemplazioni della vita del Signore e della sua preghiera, ricerche di ciò che egli ne ha detto e attenzione alle sue parole: tutto questo non è efficace se non domandiamo, con la fede,

  • che ci sia in noi più fede per essere certi
  • che la preghiera è per noi questione di vita o di «morte lenta»;
  • che, senza preghiera, la vita del Cristo vivacchia in noi; che, per così dire, essa non fa altro che sussistere.

– Credere che per integrare la preghiera nella nostra vita cristiana, come vi sono integrati il mangiare il bere il dormire, i nostri sforzi da soli sono impotenti. Sforzi di risoluzione (ho deciso, io …). Sforzi di preparazioni remote (a partire dalla quaresima, io … ). Sforzi d’organizzazione del nostro tempo … Sforzi per ordinare le nostre attività: tutti questi sforzi non daranno che «risultati» spesso artificiali e sempre fragili, se non sono accompagnati dalla nostra preghiera per pregare; se non sono fondati sulla nostra speranza che domanda la luce per saper pregare, la forza per poter pregare.

– Credere che non avremmo neanche il desiderio di poter pregare, se questo desiderio non fosse già un dono di Dio, che, come tutti i doni di Dio, è fatto per ritornare a Lui in «ringraziamento». La grazia che ci fa desiderare di pregare c’infonde la forza di trasformare questo desiderio in atto, in preghiera concreta. La grazia ci permette di domandare – in una preghiera reale e sincera – di saper pregare, di poter pregare».

  1. Pregare integralmente

«Domandiamo la preghiera al Signore con una domanda concreta, rischiandoci tutto, mettendoci tutto ciò di cui disponiamo, anche se questo tutto è molto poco: tutto il nostro poco di forza, tutto il nostro poco gusto, tutto il nostro poco tempo. Tutto ciò che metteremmo in una domanda umana che ci stesse a cuore, anche se la facessimo un giorno in cui ci trasciniamo a stento, in cui l’emicrania ci abbrutisce, in cui abbiamo il tempo contato. Per domandare ciò che vogliamo veramente, facciamo ciò che possiamo veramente. Questo tutto è sufficiente. Domandiamo la preghiera, anche se questo tutto non è quasi nulla.

Pregare, non è ciò che dice un vecchio canto: «Pregare è la felicità, è una gioia suprema! … ». Non è dire la propria preghiera o una preghiera.

Pregare è cessare di fare ogni altra cosa, è prima di tutto sradicarsi da ciò che si fa per parlare a Dio.

Pregare non è separarsi dagli altri, disimpegnarsi da ciò che si deve fare, ma guardare effettivamente verso Dio, parlargli faccia a faccia, senza volgere la testa o voltargli le spalle per cercare nello stesso tempo di vedere qualcuno o qualche cosa.

Pregare è aver a che fare con Dio, così come noi avremo a che fare con Lui, solo, nel momento di morire. In quel momento non si ricordano gli altri né si abbandonano per evasione o indifferenza, ma è l’ora per noi di dare la nostra vita, il nostro «giro di morte» nel mondo e per il mondo.

Pregare è andare a un sacrificio che ciascuno deve offrire. Lasciare coloro che lasciamo, abbandonare coloro che abbandoniamo costituisce in parte il sacrificio della preghiera. L’intera nostra personalità deve realizzare questo «lasciar tutto». Il nostro corpo deve significare che noi ci volgiamo verso Dio. Ciò secondo il modo di ciascuno e secondo ciascun minuto.

Possiamo metterci in ginocchio oppure camminare, se abitualmente siamo ancorati a un tavolo di lavoro.

Possiamo sederci, se le nostre «faccende» ci fanno essere sempre in movimento.

La nostra attenzione deve distogliersi dalla ricerca di soluzioni a problemi che avevamo in cantiere, dai desideri precisi per questa o quell’altra persona, da ciò che noi crediamo utile realizzare.

Tutti i desideri, tutte le inquietudini, tutte le speranze che ci abitano devono restare in noi, ma al punto morto. Perché‚ noi andiamo a Dio ciecamente, senza previsioni.

Domandiamo al nostro Signore conosciuto dei beni sconosciuti che egli dà sempre, ma che ignoriamo ciò che saranno, che sappiamo soltanto essere «il meglio». Dobbiamo lasciare l’io, il me, per dire noi.

È, nel Cristo, con Lui e per mezzo di Lui che preghiamo. La preghiera d’un cristiano è la preghiera del Cristo.

Dalla preghiera del Cristo nessun morto, nessun vivente è escluso: essa dice il noi più totalitario possibile.

Nella fede, la nostra preghiera deve coincidere con questo noi.

Ciò la fa partecipare alla preghiera del Cristo, che rende la nostra attiva ed efficace su ciascuno di tutti gli uomini con un’azione, un’efficacia inaccessibile a noi soli.

In questa pienezza di speranza può sembrarci di perdere quota. Ci sembra che darsi così per tutti sia mettersi in svantaggio, tradire i nostri.

Ma qui ancora bisogna credere all’economia nascosta della Redenzione.

Come tutti gli atti della nostra vita cristiana, la nostra preghiera è carità per Dio, ma dev’essere autentificata dall’amore del prossimo, dall’amore per il mondo intero.

Pregare così, con la preghiera stessa del Cristo, accettare il mistero che essa comporta, è pregare con il massimo di potenza per il nostro vicino prossimo… e per noi stessi.

Le distrazioni non sono sempre degli ostacoli per la disponibilità alla preghiera. Spesso sono esterne a noi e ci danno fastidio così come ci darebbero fastidio calabroni, mosche e zanzare in una conversazione importante.

Dargli una caccia sistematica e inquieta: questo potrebbe diventare un ostacolo».

  1. La preghiera e il tempo
  1. a) Dio dà a ciascuno il tempo della sua preghiera

«Bisogna lasciare tempo al tempo», diceva Giovanni XXIII.

Per la preghiera come per ogni altra attività.

In tutto ciò che facciamo, il tempo è una materia prima.

Ma come fare perché la preghiera abbia il suo tempo?

Come valutare il volume di questo tempo?

Come trovarlo, questo volume?

  • Senza mettervi il tempo, non c’è preghiera vivente
  • Ma non è la durata del tempo che dà una garanzia alla preghiera: è il valore del tempo. E il valore del tempo varia. Esso è relativo a ciascuna epoca, a ciascuna persona, a ciascun periodo della vita».
  1. b) «L’uomo non vive di solo pane»

«Dalle parole del Signore si possono trarre molte analogie tra il fatto di nutrirsi e il fatto di pregare.

Rimanere a tavola a lungo senza mangiare non nutre.

Mangiare più di quanto si può digerire fa ammalare.

Non si può mangiare in fretta e in piedi tutto quanto si mangerebbe a tavola.

Se si mangia troppo poco, si vivacchia.

Se uno mangia troppo, non assimila.

Se non si mangia affatto, si muore.

Dio ci dà sempre la nostra possibilità di pregare, ma essa non corrisponde sempre alle nostre idee sulla preghiera.

Abbiamo sicuramente il tempo di pregare come Dio vuole che preghiamo, forse non il tempo di pregare secondo le nostre idee.

Quando Dio ha previsto per noi un panino e noi vogliamo invece un pranzo con antipasto e frutta, non mangeremo il panino mentre ne abbiamo il tempo e aspetteremo invano la mezz’ora in cui poter mangiare il nostro pasto. Così forse capiterà che non troviamo la famosa mezz’ora e finiremo la nostra giornata senza aver pregato.

La preghiera che dà la fede, quella che alimenta la nostra vita di fede, è una preghiera dal vivo, allo stato pienamente vivente. Mangiare «a fior di labbra», dormire «con un occhio solo», respirare «senz’aria», è trattenere la nostra vita, farla sussistere. Non è rinnovarla, rinvigorirla, permetterle di svilupparsi. Così è della preghiera che rimane alla superficie di noi stessi e lontana da Dio.

Qualunque sia la sua durata, un solo atto di preghiera che salga dal fondo di noi stessi e raggiunga il Dio che vive parla e agisce, rinnova rinvigorisce e amplifica tutto ciò che faremo dopo averlo seminato nelle ore della nostra giornata. Quest’atto di preghiera autentica influenzerà tutta la nostra vita fino al prossimo momento che Dio ci proporrà, in cui ci solleciterà a pregarlo ancora. Infatti, vivere alla presenza di Dio non è soltanto vivere in un ambito dove il pensiero di Dio è presente, dove la preoccupazione d’agire secondo il suo desiderio guida il modo in cui noi agiamo. È anche tenere l’orecchio attento, pronti a raggiungere subito il Signore sia quando la grazia ci suggerisce: «il Signore vuol vederti», sia quando la grazia ci suggerisce: «Il Signore t’invia al tale». È lo Spirito Santo che ci sollecita così, movendo insieme il nostro cuore e le circostanze. Bisogna avere un orecchio interiore e un orecchio esterno per intendere i suoi inviti, e corrispondervi. Il «tempo» di preghiera ha un valore variabile: i minuti si calcolano ora in franchi antichi ora in nuovi franchi.

Ce ne vogliano pochi o molti, il tempo di preghiera ha il suo pieno valore:

– quando nella preghiera sacrifico a Dio me stesso e ciò che è mio   (non ciò che sono gli altri e ciò che appartiene agli altri);

– quando la preghiera è sacrificio di tutta la Chiesa e, insieme, quello del Cristo (pregare è compiere una funzione del Corpo di Cristo sotto

l’impulso del suo Spirito);

– quand’essa è un sacrificio per tutti (cfr. sopra).

Ma questo tempo, ciascuno deve scoprirlo».

  1. c) Trivellazioni petrolifere e sfruttamenti forestali

«Tutta la nostra vita è destinata a brillare e a scaldare.

Dovunque sia stata ricevuta, la carità rende combustibile la nostra vita. Ma se Dio è il roveto ardente che brucia senza consumarsi, noi siamo presto bruciati se cessiamo di domandare la fede, di accettarla, di riceverla; insomma, se cessiamo di «comunicare» attivamente con la vita del Dio vivo. Bisogna trattenere la fede come si conserva il fuoco. A tal fine non esiste un libro di «trucchi» o di ricette. La vita di ciascuno, con le sue condizioni, indica le possibilità personali di ciascuno, possibilità delle circostanze, possibilità delle sue attitudini.

La vita religiosa, quali che ne siano le forme, è preordinata a questo: che la preghiera vi abbia dei tempi, delle ore determinate. Se si tratta di contemplativi, tutto converge verso un massimo di preghiera attiva. Per «trattenere il fuoco», il volume del tempo è così considerevole che sembra di essere votati ad abbattere foreste intere e a ripopolarle. Ma le persone del popolo, del popolo cristiano, non sanno sempre quando, dove e come pregare. Esistono infatti modi tradizionali di preghiera personale che molti possono adottare senza scomporre, dilatare o sovraccaricare la propria vita. Ma in un tempo in cui le condizioni di esistenza cambiano a ritmo accelerato, ciascuno deve trovare modi nuovi di preghiera.

Ci si ostina a «voler fare così»: questo atteggiamento porta a non fare assolutamente nulla, perché‚ si tratta di qualcosa che ci è praticamente impossibile. Nella più impegnata e pressata delle esistenze scivolano polveri di tempo vacante. Se uno le vede – e non sempre si vedono – deve pensare che raccogliendole potrebbe fare un ritaglio di tempo utilizzabile. Quando diciamo: «Èimpossibile pregare», bisogna che cerchiamo questa polvere di tempo e che, così com’è, noi l’utilizziamo. In vaste regioni del mondo, gli uomini non hanno che la legna per combustibile. Altrove, la legna e il carbone.

Ma esiste anche il petrolio. Per raggiungere un giacimento di petrolio, la superficie non conta. Non c’è affatto bisogno di sfruttare migliaia di chilometri quadrati né di scavare una rete di gallerie sotterranee. Si trivellano pozzi i cui orifici hanno una superficie irrisoria, ma si va profondo quanto occorre per raggiungere il giacimento di petrolio.  Oggi, in molte vite cittadine, la preghiera non è più possibile se non procedendo a trivellazioni in cui l’intensità supplisca la durata. Queste immersioni energiche e oscure tendono verso Dio mediante la profondità. Sono atti concentrati di fede, speranza e carità.

La loro perseveranza è una linea spezzata, ma i loro balzi successivi in profondità giungono all’ora che Dio vuole, là dove si attinge Dio».

  1. d) L’utilizzazione di questo tempo non s’improvvisa

«Non bisogna tuttavia dimenticare che le trivellazioni non s’improvvisano. S’improvvisano ancor meno che lo sfruttamento di una foresta o di una miniera.

Una volta conosciuto il giacimento petrolifero, si cerca il terreno più adatto a essere perforato, si prevedono le installazioni e i mezzi tecnici, si preparano congegni la cui forza sia proporzionata alla resistenza supposta.

Occorre, per «trivellare» la nostra vita, per installarvi dei pozzi di preghiera, guardare prima i minuti spazi disponibili, reperire i momenti più adatti, riconoscere quelli che potranno meglio ravvivare le ore in cui la nostra fede la nostra speranza la nostra carità sembrano logorarsi, esaurirsi.

Occorre valutare con lucidità se alzarci cinque minuti più presto per inaugurare la giornata con Dio, per quanto abbrutiti intorpiditi ebeti noi siamo, nuoccia seriamente alla nostra salute.

Se fare attendere alcuni minuti la tal persona offenda per davvero la carità. Se il tal lavoro intellettuale urgente soffrirà proprio se gli sottrarremo cinque minuti prima di cominciarlo.

Se l’urgenza della scopa o della lavatrice non può aspettare alcuni minuti che ci consentano di pregare, così come non potrebbe aspettare se qualcuno arrivasse a dirci una o più parole… o se il telefono squillasse…

Occorre anche prevedere quale forma di ricorso a Dio ci concederà di mettere in questo ricorso-lampo tutto noi stessi, tutto quanto ci fa umani e cristiani. E quale attitudine globale di noi stessi ci metterà integralmente nella nostra «andata» a Dio.

Per esempio: è segno di buon senso stendersi a pregare in caso di fatica. Ma può essere utile far precedere questa distensione da un momento anche brevissimo… in cui ci s’inginocchia… in cui si parla educatamente a Dio con delle parole, «il frutto delle labbra».

Tra le preghiere più comuni, alcune sono mirabili introduzioni: l’Angelus, il Veni Creator… o tante altre.

Possiamo non averne bisogno.

Anche «morti» o malati, il giungere le mani – per esempio – è segno che la nostra preghiera non è di «puro spirito».

Similmente, le rapide immersioni in Dio nel corso della giornata possono avere bisogno di un atto al quale il nostro corpo partecipi.

Un atto che significhi il nostro strappo spirituale da ciò che facevamo, la nostra partecipazione a ciò che stiamo per fare.

Si tratti di ripiegare il lavoro al quale eravamo intenti o di lasciare l’appartamento in cui stavamo o di smettere le faccende domestiche ecc., la rottura che la preghiera costituisce dev’essere realizzata, anche da un atto minimo».

  1. e) «Chi ha bevuto berrà», chi prega pregherà

«Non so se la mia esperienza personale sia l’esperienza di una legge generale. Ma questi atti-lampo di preghiera me ne hanno risvegliato il gusto. Mi hanno rimessa in contatto con la sorgente, con la polla «d’acqua viva».

Hanno acutizzato il bisogno di attingervi sempre più. Hanno come illuminato le possibilità della loro moltiplicazione. Mi hanno provato che ciò che essi portavano era veramente vitale, necessario. In che modo? Non ne so nulla. Mi hanno condotta a scoprire necessità e possibilità di tempi prolungati di preghiera che non soltanto non entravano in conflitto con la vita, ma la rendevano più facile da vivere, perché nutrita da ciò che le era indispensabile per essere vissuta».

  1. f) Le equivalenze della preghiera

«È stato detto: “Lavorare è pregare”. Si potrebbe anche dire: “Soffrire è pregare”. Ma lavorare o soffrire non sono automaticamente preghiera. Perché‚ lavoro o sofferenza siano preghiera, devono metterci in «stato di sacrificio».

4) Preghiera e Parola di Dio

  1. a) Necessità radicale della parola del Signore

«La preghiera ufficiale della Chiesa è tutta intera la Parola di Dio ripetuta proclamata insegnata. Entrare e rimanere nello spirito di questa preghiera ha quale principale condizione l’intendere ascoltare assimilare la Parola di Dio perché‚ essa possa agire in noi.

Non si può essere «in spirito e verità» gli adoratori di Dio, senza intendere e senza imparare ciò che Egli ci dice di sé‚ e su di sé‚ per mezzo del Figlio. Non si può incontrare Gesù per conoscerlo, amarlo, imitarlo, senza un ricorso concreto costante ostinato al Vangelo; senza che questo ricorso faccia intimamente parte della nostra vita.

Ciascuno di questi orientamenti profondi, ciascuna di queste intenzioni fondamentali approda alla Parola di Dio, principalmente al Vangelo che ne è la pienezza.  Ma Dio ha parlato e ci parla ancora nell’Antico Testamento, e il minimo di attenzione che noi possiamo fargli è di ascoltare e ricevere ciò che la Chiesa durante tutto l’anno ci ripete in queste parole. È per noi una questione di vita o di morte ascoltare il Signore sul serio. Ma il più grave rischio non è di non ascoltare il Signore: è di ascoltarlo da dilettanti». 

  1. b) Parola di Dio e dilettantismo

«Il dilettantismo è il nostro rischio più grave in rapporto alla Parola del Signore, perché conservando un certo contatto con essa c’illudiamo di avere una «retta coscienza». In una vita che deve continuamente nascere e rinascere da questa Parola, trovarvi la sua fermezza e la sua forza, riceverne ogni giorno non solo degli esempi ma un itinerario immediato, la parabola del seminatore dev’essere un avvertimento continuo.

Essere un «dilettante» nei confronti della Parola del Signore è prima di tutto prenderla e lasciarla: lasciarla fuori del nostro spirito, abbastanza lontana da noi, «sulla strada», perché la sua luce che abbiamo intravveduta non influenzi le nostre giornate, i nostri atteggiamenti, i nostri atti. Facciamo un piccolo tuffo nel Vangelo, poi lasciamo la sua acqua viva evaporare su noi o nell’accappatoio.

Essere un «dilettante» è ancora, per la Parola del Signore, «prenderne e lasciarne»: «lasciar cadere» qualcosa di essa.

Non bisogna confondere una ispirazione interiore, un gusto che ci dà lo Spirito Santo su una certa «pista» di pensieri sentimenti voleri del Signore, con delle «voglie» che la ricerca intellettuale sveglia in noi.

Oppure con il desiderio di giustificare con citazioni captate per caso tale tendenza del momento. Oppure ancora con la semplice inclinazione della nostra pigrizia: si legge ciò che si ha sott’occhio e sotto mano «di sfuggita» e si chiude la Bibbia o il Vangelo col sentimento del dovere compiuto.

Essere un «dilettante» è ancora «credere per un certo tempo». Ci s’immerge dentro un esempio, dentro un appello del Signore; poi ci si concede un diritto di oblio, come se quanto ci è domandato sempre non fosse altro che un invito episodico.

Essere un «dilettante» è infine, e forse soprattutto, fare della Parola del Signore una «conversazione» su di lui, anche con lui: non una «conversione», conversione per la quale ci è detto tutto ciò che dice il Signore».

  1. c) Alcuni paragoni molto umani possono aiutarci a cogliere in che cosa siamo dei «dilettanti»

«Il Vangelo, e più generalmente le Scritture, ci danno da leggere ciò che il Signore dice a noi circa ciò che è, ciò che pensa, ciò che vuole.

Noi pretendiamo di amare il Signore, ed è vero che l’amiamo.

Ma osserviamo gl’innamorati quando una separazione qualsiasi li costringe a scriversi.

Notiamo il posto centrale che la posta tiene per loro nella giornata. Guardiamoli prendere quelle lettere e portarle sul cuore come un tesoro. Guardiamoli trovare come per miracolo il tempo per rispondere risposte-fiume.

Osserviamo ancora gl’innamorati quando hanno un mezzo, non più soltanto per scriversi, ma per parlarsi. Se aspettano una telefonata, il peggior chiasso non gl’impedirà di udire lo squillo e correre all’apparecchio. Se sono uno vicino all’altro nella strada più frequentata, non perdono una parola di ciò che uno dice all’altro. Se fa freddo, non si potrebbe sospettarlo vedendoli e se fa caldo sembrano sfuggire al soffocamento generale.

Guardiamoli ancora intorno a una tavola numerosa o in una riunione movimentata o mentre lavorano insieme: tutto sembra per loro trasformarsi in festa, perché si possono parlare.

Il Vangelo e le Scritture ci dicono quello che è immutabile in ciò che il Signore vuole da noi: «Il Cielo e la Terra passeranno, ma le mie parole non passeranno». Esse ci dicono quello che è costante nel modo di fare ciò che Egli vuole.

Guardiamo lavorare le persone il cui lavoro non è quello del «salariato», il tempo che passano per imparare a lavorare, la loro preoccupazione di riuscire in ciò che fanno: l’avvocato di vincere una causa, lo studioso di condurre bene un esperimento, l’uomo d’affari di guadagnare denaro ecc … Notiamo la loro prudenza, la loro integrità, i loro sforzi di intelligenza e di volontà per non «fallire il colpo».

Il Vangelo e una Novella, una «buona novella» e nuova ogni giorno.

Guardiamoci attendere le notizie di quelli che amiamo quando siamo inquieti, attendere le notizie sull’evoluzione d’un conflitto internazionale, attendere le notizie sulle cause di una catastrofe, attendere le notizie sulle questioni che, nel Concilio, ci riguardano più da vicino… o sui risultati di un affare che ci sta a cuore. Quando avremo così osservato l’atteggiamento altrui o nostro, allorché si tratta umanamente di amare, agire conoscere, noi vedremo e considereremo meglio la nostra attitudine davanti alla Parola del Signore. Io non penso che possiamo esser fieri di noi…, il che d’altronde non è desiderabile».

  1. d) Parola del Signore, nostro dinamismo, nostra strada

«La Parola del Signore non fa in noi «lettera morta»: essa è spirito e vita. Ogni conversione è dinamismo, trasformazione, movimento.

Ciò che ha detto il Signore non passerà, e per la sua parola noi abbiamo già, e avremo per l’eternità, la vita eterna.

Ma è nel tempo che il Signore ci parla. «Egli è con noi ciascun giorno fino alla fine dei secoli».

Le sue parole che «non passano» devono essere ascoltate da noi, essere ricevute da noi, «essere fatte» in noi sotto un cielo e una terra che passano, ciascun giorno con Lui fino alla consumazione dei secoli; per ciascuno di noi fino alla fine della nostra vita temporale e terrestre. L’acustica che la Parola del Signore esige da noi è il nostro «oggi»: le circostanze della nostra vita quotidiana e le necessità del nostro prossimo, gli avvenimenti dell’attualità e le istanze evangeliche che esigono da noi sempre le stesse risposte ma in una forma ogni giorno rinnovata. Noi non possiamo, da soli, discernere nella Parola del Signore, ciò che egli vuole da noi oggi. Il nostro apporto è di ascoltare oggi, per gli uomini che vivono oggi, per il nostro prossimo d’oggi, e di pregare per vedere e sapere. Che noi vediamo e sappiamo, è l’opera dello Spirito Santo.

È lo Spirito Santo che, in noi e per noi, può rinnovare la faccia della terra, se gli siamo aperti disponibili e docili.

Lui solo può permettere che la volontà di Dio sia luce per i nostri sensi sia amore nei nostri cuori.

È sempre per lo Spirito Santo che «il Verbo si fa Carne», che la Parola del Signore diventa noi.

Ma perché la volontà del Padre sia fatta sulla terra, nel Cristo per opera dello Spirito Santo, bisogna che la nostra vita sia interamente data al Signore, consacrata all’invasione della sua vita divina.

Questo dono totale sarebbe una caricatura se ci portasse a esistere fra cielo e terra: fuori del Cielo, di cui non è l’ora; fuori della terra dove quasi non dovremmo posare i piedi… e anche lontano dai sentieri spaziali dove i missili precedono gli uomini.

Questo dono totale comporta la messa in atto di tutte le nostre facoltà, di tutte le nostre attitudini, di tutta la nostra intelligenza e di tutto il nostro cuore, di tutta la nostra volontà e di tutta la nostra pazienza.

Questo dono esige che noi siamo uomini pienamente vivi, pienamente sottomessi alla Parola di Dio e pienamente flessibili e mobili sotto l’impulso del suo Spirito. Questo dono ci mette in uno stato che è lo stato stesso della Chiesa».

  1. e) La parola del Signore e la nostra conversione

«Nel Vangelo Gesù non «parla» soltanto per parlare.

La sua parola è una rivelazione, perché noi possiamo sapere ciò che dobbiamo sapere e fare ciò che dobbiamo fare.

«Convertitevi»: ecco la prima parola della predicazione di Gesù.

Questa conversione è l’opera del Signore, ma non è un rito magico.

La Parola del Signore è efficace ma occorre, da parte nostra, una libera accondiscendenza alla sua efficacia.

Ci devono essere nel nostro cuore il desiderio e la speranza che la domandino. Bisogna accettare la sua efficacia e desiderarla.

Questa conversione, sia essa personale o di gruppo, esige le medesime condizioni.

Solo i mezzi che realizzano tali condizioni differiscono.

Inoltre, conversione personale e conversione di gruppo dipendono l’una dall’altra. Bisogna intendere la Parola del Signore. Per ciò, bisogna «prestare orecchio», ma non … riprenderselo; dare il tempo necessario, non eclissarsi.

Bisogna riceverla e conservarla. Ciò è vero per la vita personale e altrettanto vero per la vita di gruppo. Nella vita di gruppo, la lettura comunitaria del Vangelo è la riunione intorno al Signore e alla sua parola. Il più delle volte, l’obiettivo è la revisione continua della nostra vita in rapporto a ciò che il Cristo esige.

Occasionalmente, è la ricerca nella parola del Signore d’una certa risposta a domande precise che si pongono immediatamente.

In entrambi i casi, si tratta di lasciar disponibili la nostra vita o le nostre decisioni a ciò che dice il Signore, a ciò che egli domanda, a ciò di cui egli dà l’esempio. Sospendere le nostre impressioni, i nostri giudizi, i nostri impulsi dinanzi al pensiero, alla volontà del Cristo.

Essere pronti ad avere in noi «i sentimenti del Cristo Gesù».

Se una preghiera reale di domanda, un desiderio reale mosso dalla Speran-za, non precede in noi l’abbozzo comune di questa revisione o questa domanda comune di consigli, non ci saranno né illuminazione del Signore né risposta reale e realistica da parte di lui.

«Mi sia fatto secondo la Tua Parola».

Una sola parola del Signore – compiuta in noi – vale più che ore di conversazione, anche le più confortanti per il cuore.

Sia prima di una revisione della nostra vita nella prospettiva della fede, sia dopo una domanda posta al Signore, bisogna dunque, prima o dopo, prestar orecchio per intendere».

  1. f) Che cosa c’impedisce di prestare orecchio?

«Prima di tutto le ragioni richiamate a riguardo della preghiera personale, ma anche altre. Noi crediamo di saperne abbastanza. Pilucchiamo nel Vangelo qua e là ciò che conferma la nostra persuasione preconcetta. Oppure, al contrario, ci fidiamo dei ricordi: non ricerchiamo dal nuovo, ma ci serviamo di riferimenti per ritrovare questo o quel passo che avevamo già trovato…  Certo, questo non è inutile. Ogni contatto col Vangelo è un’occasione di grazia. Ma se paragoniamo la nostra attenzione, la serietà della nostra ricerca, il nostro desiderio di conoscere all’attenzione, alla serietà, al desiderio che portiamo nel trovare tal ragguaglio o tale aiuto di cui abbiamo bisogno per un affare umano… il paragone è il più delle volte, a favore dell’affare umano. Siamo ben lontani dal rischio che il Signore ci «distragga» dalle nostre occupazioni… e soprattutto dalle nostre preoccupazioni. La parola intesa dev’essere conservata. La sua efficacia in noi dipende dal modo in cui la conserviamo in noi, come un chicco nella terra che per essa noi siamo. Quando abbiamo preso una decisione, una determinazione fondata sulla Parola del Signore, motivata da essa; oppure ci siamo risoluti a cercare quanto ha detto e fatto il Signore – perché ciò illumini nuovamente la nostra vita e la rigeneri, noi dobbiamo conservare la Parola del Signore, guardarci dal lasciarla sulla strada prima che essa abbia fatto germogliare in noi la sua conversione. Noi dobbiamo anche montare la guardia intorno a questa parola. Non solo per conservarla, ma per difenderla: difenderla contro i rovi e le spine che ci farebbero «credere per un certo tempo» e non abbastanza a lungo perché essa operi la nostra conversione.

Se praticamente tanti incontri sul Vangelo restano delle riunioni di persone «che dicono e non fanno», la causa è nella maggior parte dei casi la nostra leggerezza di spirito, la nostra instabile volontà.

Perché un «affare serio del nostro Padre», la realizzazione della sua volontà nella vita che noi vogliamo vivere per lui, viene dopo altri affari che lo riguardano meno… o che riguardano soprattutto noi stessi». 

XI°

PREGARE COME SI VA AL MERCATO QUANDO SI HA FAME

(Indivisibile Amore, p. 113)

«Andiamo alla preghiera come si va al mercato quando si ha fame e la giornata sarà dura».

  1. a) Operai della preghiera

«La vita di preghiera è una «conversione», cioè un movimento con cui ci si volge in avanti. Trovare il Signore in tutto e dovunque è tanto indispensabile alla nostra vita quanto la fedeltà al tempo consacrato alla preghiera.

Sia che la si chiami «preghiera della vita», come dicono alcuni, sia che la si definisca, come fanno altri, «presenza a Dio», questa volontà di chiedere al Signore, in ogni cosa, come e di che farla, non può essere viva nelle grandi circostanze se non a condizione che la si viva istante per istante, là dove tutto sembra insignificante: quando si risale una strada, quando si rifà il letto, si consuma la colazione!

Se noi fermamente e costantemente vogliamo che ognuna delle nostre azioni più semplici sia fatta a somiglianza del Signore, con l’amore e il rispetto di ciò che deve essere a Lui offerto, il «nodo vitale» di tutto il nostro essere si fortificherà, diventerà inattaccabile dall’atrofia, accumulerà energie soprannaturali per compiere la volontà di Dio allorché si tratterà di annunziare il Signore, o di farlo amare di più, vale a dire ogni qualvolta incontreremo il nostro prossimo.

Il Signore nel suo Vangelo mostra che Egli stesso prega, che, per vivere con Lui, bisogna pregare con Lui.

Ci indica quello che si può chiamare il «posto della preghiera».

Ciò non vuol dire dedicarle una, due, tre ore, quanto piuttosto che la preghiera è qualcosa di vitale come mangiare, vivere, dormire, lavorare. La preghiera richiede il tempo per ciò che essa deve fare con del tempo: essere guida, sguardo, energia, strumento in ogni attività in cui deve intervenire.

Ci è necessario il silenzio per fare la volontà di Dio; ci è necessario il silenzio prolungato per quest’altra disposizione di noi stessi, che enormemente riduciamo o che, per ignoranza, non apprezziamo: il raccoglimento. La vita è piena non soltanto di azioni che dovrebbero essere «pregate», ma di piccoli vuoti che la preghiera può sfruttare e trasformare in profonde sorgenti. Ma è raro che ciò si improvvisi.

  • Agire deve essere una preghiera attiva.
  • Pregare deve essere un atto di preghiera.
  • L’essere umano non può amare senza che tutto sia in movimento.

Il Signore ci insegna che una delle fatiche per il Regno, del quale nel mondo noi siamo gli operai, è di portare, come una espressione vivente, la preghiera stessa della Chiesa là dove non si prega, là dove non si prega più e dove la gloria di Dio non trova più glorificazione da parte degli uomini».

  1. b) Riflettere molto, pregare molto di più

«Se una questione ci toglie la tranquillità, sia che in noi sonnecchi, sia che ci sforziamo di risolverla, vuol dire, generalmente, che è posta male, e, mal posta, non può che portare a soluzioni sbagliate o che lasciano titubanti. Diventa, per così dire, contagiosa di incertezza e l’inquietudine che genera si insinua in tutto ciò che in noi, da vicino o da lontano, la tocca. Quando una questione del genere ci tormenta, se ne devono cercare diligentemente i termini esatti e la soluzione vera.

Però bisogna sempre domandare la luce a Dio con la preghiera, più che cercarla con la riflessione.

In altri termini, è necessario riflettere molto, ma in ogni caso bisogna pregare ben più di quanto si rifletta. Può capitare che, trovandosi in una incertezza pratica, non soltanto certezze fondamentali della nostra vita ci appaiano incerte, ma che lo diventino anche.

Allora è assolutamente necessario astenersi da ogni affrettata decisione in merito.

Bisogna prima ponderarle, «auscultarle» così come si presentano, e domandare al Signore di illuminarle per noi di una nuova luce; finché ciò non sia avvenuto, dobbiamo rifiutarci di risolvere le questioni pratiche che, ad un titolo o ad un altro, dipendono da tali certezze.

Qualunque siano le nostre perplessità, non dobbiamo mai permettere loro di sconfinare nella sfera di ciò che nella nostra vita, per la grazia di Dio, è certezza.

Tali certezze, praticamente, non restano «certe» per noi se non per la grazia di Dio. E la grazia deve essere incessantemente sperata, quindi domandata».

  1. c) Al punto di congiunzione del sacrificio e della preghiera

«Non c’è Vangelo vissuto che non debba prima essere un Vangelo pregato. Gesù non ci lascia usare le sue parole senza dirci come vadano usate, e anche soltanto questo esige un’estrema docilità di tutto il nostro essere alla preghiera.

Non si può vivere accanto a Dio senza che Gesù ci insegni che cosa Dio, in quanto Dio, vuole alla base di ogni preghiera; ed è l’adorazione.

Il Vangelo ci insegna, poco a poco, a legare l’adorazione a tutto ciò che è sacrificio, a ciò che fa di noi stessi un sacrificio abituale.

Pregare è andare a un sacrificio che ciascuno deve offrire. Lasciare quelle occupazioni, quelle cose che si lasciano, separarsi da coloro da cui ci si separa costituisce, in parte, il sacrificio della preghiera.

Senza la preghiera, che è il primo impegno di questa solitudine e di questa solidarietà, si rischierebbe di perdere coraggio.

Ma, anche se fosse pressoché ridotta a nulla dal lavoro, svigorita dalla fatica, disturbata dalle tentazioni, sarà un’opera «fedele» ed è un vero sacrificio, un pezzo della nostra vita, «non senso» per la mentalità corrente, sterile di tutto, fuorché di grazia.

Ciò che nella preghiera e inseparabile dal sacrificio, è inseparabile dalla carità fraterna, la quale è l’«occhio puro» che custodisce e il sacrificio e la preghiera nella loro ragion d’essere: la glorificazione di Dio.

Il sacrificio lo glorifica come Dio; l’amore fraterno come Padre. Penso che il «punto morto» davanti a Dio ci mette al punto vitale del mondo, di tutto ciò che esiste, di tutto ciò che vive, e di tutti gli uomini…  Amare Dio come Dio, è adorarlo con il nostro spirito. Ma dire «adorare» con tutto noi stessi, equivale a dire adorare con il sacrificio di noi stessi.

Il sacrificio è come l’aspetto materiale dell’adorazione.

Se a uno «esce» l’anima, è finita per lui. Per altro, la preghiera, perché abbia legami indissolubili con il sacrificio, deve essere essa stessa un sacrificio: un incontestabile sacrificio di tempo.

I tagli fatti dai consigli evangelici non saranno duraturi, dal momento che si è nel dinamismo della vita, se la preghiera in tali radicali rinunce non vive l’adorazione che essa stessa è.

La medesima cosa dicasi per la fraternità e per l’apostolato fraterno.

A quella forza che ci si aspetta dalla preghiera, si deve ricorrere ogniqualvolta si tratta di coniugare sacrificio e preghiera, preghiera e fraternità.

Tocca alla punta fine del nostro amore risalire, mediante la preghiera, la via al cuore di Dio per il mondo».

  1. d) Sacramento della solitudine

«Sono sicura che il vero amore di Dio deve essere o diventare, umanamente, una solitudine, in una zona essenziale di noi stessi.

Credo anche che è di questa solitudine che c’è bisogno per passare nel mondo e starvi come un fermento.

Senza tale solitudine, il dono di noi stessi a Dio non è mai radicale, e il dono di noi stessi agli altri è, sotto certi aspetti, povero.

È nella solitudine che l’uomo ha i suoi grandi incontri con Dio. Un ritiro è indice della volontà di lasciarsi chiamare da Dio mentre si sta soli.

È il coraggio di sentire nella fede il nostro nome nella solitudine.

È il coraggio di sentire il nostro nome, mentre siamo soli, per un invito a penetrare nello stesso mistero di Dio, per lì credere tutto ciò che Egli è, lì sapere tutto ciò che noi non siamo, noi, cioè il singolo, da solo, senza la responsabilità o la complicità degli altri.

È un tempo di speranza in cui tutto il nostro essere soprannaturale si dilata per ottenere da Dio la grazia di diventare più capace di Dio.

La solitudine, che Dio tanto spesso trova modo di donare con magnanimità al cristiano, mi sembra che sia una specie di sacramento per il mondo; è una delle più profonde fenditure che, attraverso noi, permette al Signore, alla sua redenzione, di penetrare lentamente la terra. Quanto a me, da lungo tempo vedo così il celibato, e tutte le altre solitudini, generalmente più sensibili a causa di Lui. La solitudine sarà sempre desertica, se è vera, se è quella di cui il Signore ha detto: «Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore». La caratteristica della solitudine, quella cioè di stare a tu per tu davanti a Dio e di non lasciarsi distrarre da altro, è quella che si avrà al momento di morire». 

XII°

UNA VITA DI FEDE INSEPARABILE DA UNA VITA DI PREGHIERA

Comunità secondo il Vangelo

«Vita di preghiera evangelica, ad immagine di quella di Gesù.

Vita allo sbaraglio.

Sferzati da tutti i venti del mondo.

Calamitati dal mistero di Dio, afferrati da lui.

Non tralasciando ciò che Gesù stesso non ha tralasciato: pause profonde e spesso prolungate di immersione in Dio solo.

Ma preghiera che, come quella di Gesù, non intende di essere segregata in queste pause.

Preghiera che invade ogni ora della giornata e la permea, che scaturisce da qualsiasi incontro come il fuoco dal legno.

Provocata e non ostacolata dal mondo.

Essa lo irriga di grazie, lo rivolge quasi suo malgrado verso Dio, lo polarizza a sua insaputa verso il suo vero destino: lo converte.

Come l’elettricità scorre, lungo i fili conduttori, questa preghiera ci segue nelle fasi della nostra vita, vivifica le nostra azioni, ne colma i vuoti.

Vive là dove noi scriviamo, nelle nostre case, nelle nostre strade.

Ascolta insieme a noi, parla con noi, dona, consola, lenisce, calma. Essa è libera della libertà di Dio» ( p. 22).

«La vita di fede non può fare a meno della preghiera.

Ora, in una esistenza secolare, nel mondo, pare che la preghiera sia nello stesso tempo indispensabile e difficile.

Le vite dedicate a Dio sono delle vite che pregano, quali che esse siano, dovunque esse siano; la loro preghiera è contemporaneamente un dono di Dio ed una conquista.

Una vita secolare priva di preghiera non appartiene a Dio. Ma, così come è necessario, nelle condizioni della vita secolare, trovare le modalità dei consigli evangelici, è necessario che in queste stesse condizioni si trovino le modalità della preghiera e dei suoi ausiliari quasi indispensabili: il silenzio, il raccoglimento, il senso liturgico.

Credere intensamente che Dio esiste, che egli è il Dio vero e vivo e che ama, in maniera tale da donargli la nostra vita, deve comportare, per un minimo di logica, la necessità di far silenzio in noi per ascoltarlo, di raccoglierci per cercarlo, di conformarci nell’intenzione o nell’azione a ciò che egli ha prescritto per adorarlo.

Attraverso tutti gli stati della vita infatti, la preghiera conserva qualche cosa che è sempre la stessa: la relazione fra un uomo e il suo Dio; e tale relazione è un amore. Ma, per tutti coloro che sono stati chiamati, quale che sia la forma della chiamata, a fare dono di se stessi a Dio, la preghiera sarà sempre, poco o molto, un sacrificio. Essa ha in comune con il celibato voluto, la povertà voluta, l’obbedienza voluta, l’aspetto sacrificale: è un tutto.

Per questo motivo essa deve avere per sé‚ del tempo che le appartiene in maniera esclusiva.

Senza questo tempo, il tempo rimanente diventerà vuoto o rimarrà come fosse distaccato da Dio. Esso non deve essere del tempo superfluo: viene preso al tempo utile per una più grande utilità» (p. 129). 

XIII°

IL RACCOGLIMENTO – IL SILENZIO – LA SOLITUDINE

Comunità secondo il Vangelo, p. 131

«Non c’è amore senza raccoglimento.

Il vecchio uso di un termine non gli fa indicare delle cose vecchie.

In effetti, il raccoglimento è uno sviluppo, un processo del fervore.

Esso viene come amputato quando lo si limita al solo movimento ed al solo aspetto di riunire a parte ciò che si raccoglie o di raccogliere se stessi.

E raccoglimento è una esigenza del senso religioso: un cercatore d’oro, un tecnico impegnato in ricerche di perforazioni, uno scienziato che fa convergere le esperienze attorno ad una sostanza, uno storico che vuole ricostituire una civiltà, un innamorato che non vuole lasciar perdere nulla degli indizi o delle tracce del suo amore sono persone raccolte.

Ma se sono tali, ciò dipende dal fatto che sono persone «che raccolgono».

Fra di essi, coloro che più sono legati ad una tecnica e ad un metodo lo sono all’interno di una intenzione più larga che trascende il loro metodo e la loro tecnica; metodo e tecnica sono al servizio di questa intenzione come lo sono essi stessi.

Così pure, se raccolgono la loro energia in funzione degli atteggiamenti di vita che sono necessari e compiono degli atti appropriati alla loro ricerca, questi atti non mirano ad un immobilismo, ma al movimento di cui necessita ogni ricerca: emigrazione degli uni, ricerca nel sottosuolo da parte degli altri, piste strette dell’osservazione e dell’invenzione racchiuse tra i pochi metri quadrati di un laboratorio, esplorazione dei deserti un tempo popolati, approccio a tutto ciò che sono, o a tutto ciò che sono stati, coloro che si amano. Il raccoglimento, di per sé, non è gran cosa, ma là dove esso è assente o debole non esiste un grande amore, perché un grande amore non fa a meno di esso: è un sintomo ed è un mezzo. Dobbiamo aggiungere che, se possiamo definirlo, non possiamo però fotografarlo. La carità è ad un tempo la ricerca delle sole ricchezze assolute, la scoperta delle energie più profonde, l’esperienza più vitalizzante della vita, l’esplorazione di una storia in cui tutti i destini si ritrovano e nella quale noi siamo implicati; essa è un amore, ogni indizio del quale significa più di tutte le certezze e le cui tracce non è possibile cancellare. Ma questo amore è, di per sé solo, tutto ciò che noi potremmo perseguire e volere; esso esige tutto quanto noi daremmo a tutto ciò che siamo capaci di amare».

XIV°

LETTERE SULLA PREGHIERA

Comunità secondo il Vangelo, p. 133 (1950).

«Pregare sul serio non significa riposarsi su di un libro o pensare vagamente a Dio. Pregare è una fatica immensa, dura, pone in opera tutto il nostro essere.

Essere completamente presente a Dio, totalmente recettivo rispetto a lui non equivale affatto ad un riposo.

Domandare con tutto il nostro essere il tutto di cui noi abbiamo bisogno per noi stessi, per tutta la Chiesa e per il mondo intero, vuol dire andare contro il nostro orgoglio radicale ed il nostro egoismo originale: non è davvero uno stato di ozio.

Non so se la nostra preghiera è veramente questa respirazione a pieni polmoni o se di tratto in tratto, noi respiriamo solo con una metà o con un quarto di polmone, a causa della fatica del lavoro e dell’ammollimento dell’ozio». (1956)

«Della vita contemplativa specifica, desideriamo fare nostra la preghiera. Sappiamo che non ci è possibile attuare la preghiera monastica. Vogliamo conservarla con noi, ma sappiamo che essa non è, che essa non deve essere la preghiera di un monastero.

In ogni condizione e dovunque noi siamo, la nostra preghiera deve essere la preghiera di una fede viva, perché con i sacramenti assimilati, desiderati, compresi anch’essi in tale fede viva, con la Messa, morte vivificante che è il prezzo della fede dei fedeli, la speranza nella luce e nella salvezza di tutti, essa deve dilatare, attraverso i nostri atti esteriori e visibili quelle forze invisibili e smisurate che, fin dal nostro battesimo, lo Spirito Santo vuole animare in noi.

La preghiera deve pure fissarci, inchiodarci in un determinato tempo che solo essa può impiegare, un tempo gratuitamente inutile per chi non crede, «sacrificato» vale a dire non impiegato per ciò che dell’uomo fa un uomo o pronto ad essere tale: un tempo che equivalga ad una abolizione di noi stessi.

Senza di esso, il «pregate incessantemente» di san Paolo sarebbe irrealizzabile e, cosa ancora più grave, noi lo riterremmo forse realizzato … Dei «tempi» che siano solamente dei tempi di preghiera, ed una preghiera che sia elemento costitutivo di tutti i nostri atti: ecco per noi uno dei fini parziali che, anche se non mai raggiunto, ma incessantemente perseguito, appare indispensabile.

Posso bene sbagliare, ma penso che una cosa eccellente, i «tempi di preghiera», cosa che è essenzialmente fatta per unirci maggiormente a Dio, rischi, non per la importanza che noi le diamo, ma per la particolare maniera con cui noi le diamo importanza, di distrarci da Dio o comunque di ritardare, di appesantire, di turbare il nostro ricorso a lui, la nostra ricerca di lui, la nostra lode a lui.

Anche la preghiera, e non più solamente il tempo di preghiera, non è che un mezzo per tendere alla perfezione della carità.

La frase del Vangelo che è proposta come una parola d’ordine mette subito le cose a posto: «È necessario pregare sempre».

I «tempi di preghiera» non sono altro che una parte ed un aspetto di questo «sempre». Tuttavia, dobbiamo ben vedere come si giustificano i «tempi di preghiera». Se noi comprendiamo bene la loro ragion d’essere, noi li rispetteremo; se sappiamo a che cosa essi servono, li preserveremo senza farne dei valori contabili o dei riti magicamente efficaci.

Questo ci aiuterà anche a utilizzarli per il fine a cui sono diretti, a non essere un fine in se stessi.

In primo luogo, essi servono a capire ciò che la Chiesa domanda a tutti i cristiani. Senza dubbio troveremmo difficile rendere questa preghiera sempre più una cosa viva se cessassimo di approfondirla con l’orazione, la riflessione, lo studio. A tale fine, è indispensabile del tempo.

Per quanto riguarda l’«adorazione» e l’«incontro con Gesù», penso sia utilissimo che ci persuadiamo di una cosa: la preghiera è un’opera dello Spirito Santo in noi, ma per farla egli si serve di noi; quando preghiamo dobbiamo porre a disposizione del Signore noi stessi, e non una sorta di organismo anonimo che sarebbe altro da noi.

Ora, rischiamo molto spesso di credere che la grazia, di per sé, sia una cosa standard e che noi, dal canto nostro, siamo un personaggio anonimo, quanto ideale, che deve realizzare un tipo di preghiera previsto a priori.

L’adorazione è senza dubbio la più semplice delle preghiere.

Poiché non si tratta della nostra persona, poiché‚ essa va a Dio in quanto egli è Dio, di conseguenza è intraducibile, ineffabile.

Forse essa è quasi uguale in tutti coloro che adorano «in spirito e verità», ma gli adoratori, dal canto loro, sono molto diversi; il cammino che li porta all’adorazione ha degli itinerari anch’essi diversissimi e che partono da ciò che ogni adoratore è, nella sua persona.

Colui che ama con fervore la natura prende volentieri come spunto per elevarsi a Dio la neve, i fiori, la montagna.

Ma se qualcuno dei suoi discepoli volesse non solo andare là dove egli va, ma andarvi pure alla sua maniera medesima, rischierebbe, se la grazia non è la stessa, di non staccarsi mai dalla fisica, dalla geologia o dalla botanica.

Ma, in generale, non avremo la volontà di adorare Dio, se la nostra fede non si avvale di convinzioni religiose che ci ricordino perché Dio è così adorabile, perché la vita umana perde il suo significato se Dio non è adorato.

Credo che sia cosa rarissima che l’adorazione in spirito e in verità possa fare a meno, in una esistenza, di una lunga preparazione la quale dia il posto dovuto al silenzio, alla riflessione, alla contemplazione.

In questo senso possono intervenire i «tempi di preghiera», non solo dandoci delle disponibilità per adorare il Signore, ma per prepararci sempre meglio ad una adorazione più vera.

Ma forse non è questo, rispetto all’adorazione, il loro ruolo più importante, magari insostituibile.

Un vero sacrificio è un atto di adorazione, è un riconoscere che Dio ha dei diritti sopra di noi. In tal senso, povertà, castità e obbedienza costituiscono già un’adorazione e ci dispongono ad un’adorazione più vera.

Ma i tempi di preghiera sono la nostra maniera di «sacrificare il tempo».

La rottura che essi operano non si compie, sia pure parzialmente, una volta per tutte. Se essi costituiscono un sacrificio reale, perché il tempo non ritorna, è un sacrificio che dobbiamo rinnovare continuamente.

Visti in questa prospettiva, sono una adorazione in atto.

L’incontro con Gesù, esso pure, richiede dei tempi di preghiera anche se non è in tali momenti che lo incontriamo di più.

Siamo troppo dispersi, troppo superficiali, per improvvisare il discernimento tra i pensieri di Gesù ed i nostri, la sua maniera di giudicare e la nostra.

Dobbiamo fare continuamente il punto con lui su ciò che abbiamo da vivere e su ciò che abbiamo vissuto.

Anche qui interviene il sacrificio del tempo. Si tratta, dopo le grandi rotture della partenza, accettate per poter venire a Gesù e per poterlo seguire, di piccole rotture un po’ simili a quello che capita quando noi camminiamo, quando i nostri piedi, uno dopo l’altro, devono staccarsi dal suolo per fare ogni passo. Ma ciò non impedisce che, assumendo soltanto questi due momenti della nostra preghiera, l’adorazione e l’incontro con Gesù, possiamo facilmente constatare che tale adorazione ed incontro sarebbero cosa ben minima se noi li confinassimo nei tempi di preghiera.

Non è cosa originale l’affermare che la preghiera è come la respirazione della nostra vita cristiana; poche immagini sono altrettanto espressive.

Sì, dobbiamo sempre pregare come dobbiamo sempre respirare, come il nostro respiro si adatta a ciò che facciamo.

Non esiste vero conflitto fra l’azione e la preghiera; quello che ci minaccia di asfissia è l’agitazione, perché‚ essa ci «toglie il fiato».

Allontanare l’agitazione dalla nostra vita sembra per lo meno altrettanto importante quanto i tempi di preghiera.

Dobbiamo avere la fede nella possibilità di pregare sempre, perché‚ ciò non è altra cosa che il credere alla presenza del Signore il quale è con noi dappertutto e «tutti i giorni sino alla consumazione dei secoli».

Credere che non ci lascerà mai soli, a condizione che si rinnovi incessantemente la nostra volontà di «fare sempre ciò che piace a lui».

La «presenza di Dio» non ci strappa dallo svolgimento della nostra vita quotidiana, ma il Signore il quale prepara con amore questo svolgimento, ora per ora, ci offre un nuovo appuntamento in ogni circostanza, all’interno di ogni cosa che dobbiamo fare.

Egli vi è presente assieme con noi, vive con noi per accogliere ogni cosa, agisce con noi per fare di ogni cosa un’azione che cerca di compiere la sua volontà».

XV°

LA PREGHIERA E IL VANGELO

Comunità secondo il Vangelo, p. 138

«Non esiste vita evangelica senza la preghiera.

Senza la preghiera la nostra vita è un seguito di immagini evangeliche prive di vita.

Senza la preghiera, i sacrifici richiesti dai consigli evangelici sono degli atti morti. Il Signore, il quale non è il Dio dei morti ma dei viventi, esige dei sacrifici vivi: uno spazio che la sua vita possa invadere per essere presente ed attiva nel mondo.

Il sacrificio è l’atto di una preghiera che adora.

Grazie ad esso, la preghiera riconosce Dio come il suo Dio, lo chiama, lo accoglie, gli domanda di agire.

Per essere in tal modo legata ai sacrifici fondamentali del Vangelo, è necessario che sia essa stessa ciò che questi sacrifici sono, un sacrificio essa pure; è necessario che essa abbia su tutta quanta la nostra vita diritto a del tempo, a del tempo che le appartenga in maniera esclusiva.

È necessario che essa abiti così potentemente la nostra vita che ogni nostro atto sgorghi da essa, che sia modellato e guidato da essa.

I consigli evangelici danno alla nostra forma di vita delle condizioni definitive.

La preghiera impedisce a queste condizioni di rinchiuderci, di fissarci. Essa è la nostra forza di crescita, di adattamento, di efficacia.

In tutto ciò che non è regola comune della Chiesa per la preghiera, ci mettiamo alla scuola del Vangelo.

Per porci a questa scuola, dobbiamo già pregare, si tratti di imparare la preghiera o qualche altro insegnamento del Signore; e non possiamo perseverare in questo insegnamento se non mediante la preghiera: ciò che Signore dice delle sue proprie parole è chiaro.

Per vivere il Vangelo, dobbiamo anzitutto penetrare nella preghiera tutto il Vangelo. Vogliamo dare alla preghiera il posto che essa tiene nel Vangelo, vale a dire il posto di una sorta di perno, di asse, di nerbo motore. Il Vangelo non esige per essa, un tempo nel quale potrà fare ciò che vuole; esso enumera tutto ciò che la preghiera è, tutto ciò che essa deve fare, la sua funzione in ogni cosa.

Affinché la preghiera esista ed agisca in tutta la sua realtà, non possiamo non darle anzitutto un tempo che le appartenga.

Rimanendo nelle regole comuni della Chiesa, ci sforziamo di fare della preghiera l’attività costante e vitale di cui lungo tutto il corso del Vangelo troviamo la manifestazione, gli esempi, l’insegnamento, l’efficacia. Il tempo dato esclusivamente ad essa è per noi una delle condizioni necessarie della vita.

Tale tempo tuttavia è solo uno degli aspetti del posto che la preghiera deve occupare in tutto e dappertutto come se si trattasse di una delle grandi funzioni del nostro corpo della respirazione ad esempio.

Essa è commista a tutte le nostre relazioni volontarie con Dio; ne esprime alcune delle più fondamentali e più intime.

La preghiera è una adorazione del nostro creatore ed uno sguardo sul nostro amore. Vogliamo restare alla scuola del Vangelo per apprendervi il rimedio specifico alle nostre debolezze ed alle nostre fragilità. Se incontriamo solo di tratto in tratto uno straniero, ci rendiamo familiari con la sua pronuncia solo con molta lentezza…

Il Dio fatto uomo rimane estraneo a tante nostre facoltà umane.

Se «le sue vie non sono le nostre vie», le sue parole inizialmente non sono le nostre… ed è necessario che divengano nostre.

Non sarà una sessione di studio, non sarà nemmeno un corso di teologia – se non è permeato, percorso dalla preghiera – che ci faranno conoscere la sproporzione che esiste fra la Verità nascosta nella Parola di Dio e le possibilità del nostro povero spirito quando non fa ricorso ai prolungamenti della fede». 

XVI°

IL DISAGIO  PREGHIERA-AZIONE

Comunità secondo il Vangelo, p. 140

  1. a) Trovare le condizioni più adatte per pregare realmente oggi è una necessità vitale per l’azione apostolica.

«Al momento attuale, il problema della preghiera, quale che sia l’ambiente apostolico in cui esso viene affrontato, provoca il più delle volte delle esitazioni fatte di disagio oppure delle affermazioni incomplete.

È raro che noi sfuggiamo ad una sorta di cattiva coscienza: o nell’attività rispetto alla preghiera, o nella preghiera rispetto all’attività.

Siamo divisi fra di noi abbracciando delle opinioni intransigenti; ognuno di noi, preso da esitazioni di natura pratica, si rassegna a dei compromessi.

Proviamo la tentazione di affermare che la preghiera a contatto dell’azione apostolica produce una sorta di incoerenza, e che la coesione si ristabilisce solo se la preghiera o l’azione si falsificano.

Molti dei conflitti che vengono sollevati dall’azione apostolica sono conflitti fittizi. Ora avviene che una delle pretese realtà che li suscitano sia solo una finzione; ora queste pretese realtà sono in parte reali e in parte fittizie. Di questo genere è il conflitto preghiera-azione apostolica.

Tale conflitto è fittizio perché‚ la preghiera e l’azione di cui si tratta sono spesso o l’una o l’altra di queste finzioni; perché‚ più spesso l’una e l’altra sono, in parte, fittizie.

Ma sino a che noi trattiamo questo conflitto come un conflitto reale, rimaniamo, nei suoi confronti, immersi in difficoltà reali.

Possiamo incontrare così delle preghiere-finzioni contraddittorie fra di loro: la preghiera che, sempre più  ampia, ha sempre meno necessità degli atti stessi di preghiera – oppure la preghiera, primo comandamento del cristiano, in funzione della quale deve venir pesato, misurato, sorvegliato tutto il resto. La preghiera che consente di procurare al nostro prossimo dei beni soprannaturali, sostituendo un servizio che scombussolerebbe la nostra «macchina di preghiera» – oppure la preghiera la cui nemica naturale è l’azione, azione che diviene attivismo dal momento in cui intacca o compromette «il tempo di preghiera».

La preghiera che assume solamente sopra di sé‚ i bisogni di cui il nostro prossimo ha egli stesso coscienza – oppure la preghiera esiliata da una patria che non conosce prossimo – o la preghiera infine che si disinteressa di noi stessi per meglio essere al servizio degli altri.

Il primo comandamento del Signore è: «Tu amerai». Non «Tu pregherai». Per amare Dio su questa terra, dobbiamo servire gli altri, amare gli altri, evangelizzare gli altri: questo significa agire.

Ma non possiamo agire per Dio senza pregare Dio.

La carità del prossimo senza la preghiera, l’amore della Chiesa senza la preghiera, l’evangelizzazione senza la preghiera non possono né agire né esistere: sono delle finzioni».

  1. b) Alcune certezze di cui dobbiamo essere sicuri

«La preghiera è, in tutta la nostra vita, l’ausiliaria intima della fede per farci conoscere Dio, per farci fare la sua volontà.

In tutta la nostra vita di fede, la preghiera è l’atto libero mediante cui domandiamo i doni di Dio, li riceviamo, ne rendiamo grazie.

Al pari della fede che essa accompagna:

  • la preghiera è al servizio solamente di Dio, ma al suo servizio in noi;
  • la preghiera agisce per la vita eterna e nella nostra vita, sulla terra, ma nel tempo;
  • la preghiera è tutta quanta destinata a glorificare Dio nella sua Chiesa, ma sino alla nostra morte nella Chiesa militante».
  1. c) Un «documentario» sulla preghiera da rivedere: il Vangelo

«La vera preghiera contiene tutto il “Padre nostro”.

Essa non deve contenere nessun’altra cosa se non ciò che si ricollega ad esso o lo sviluppa; se noi vogliamo «imparare a pregare» seguendo una lezione di Gesù stesso, non dobbiamo dimenticare nulla del “Padre nostro”.

Gesù ha fatto la sua preghiera davanti a noi.

Il Vangelo ci mostra la preghiera vissuta da Gesù, messa da lui al posto che le spetta, il suo posto organico, il suo posto funzionale.

Egli diceva: «Bisogna pregare sempre», e così faceva: – la preghiera pubblica – la preghiera che offre le attività della vita – la preghiera per fare, per domandare qualche cosa da poter fare – la preghiera prima di intraprendere un lavoro – la preghiera di ringraziamento – la preghiera di adorazione dei figli di Dio.

La preghiera di Gesù e la missione di Gesù: la preghiera di Gesù intesa o intravista nei testi di san Giovanni, è la preghiera per eccellenza dell’azione apostolica – preghiera di una vita immersa nell’azione… (continuamente incontriamo il verbo «inviare») – preghiera di una vita ancorata, proprio là dove la fede può ancorarci: al centro della vita di Dio, ma ancorata in una sua volontà precisa: il Padre che invia il suo Figlio nel mondo per salvare il mondo – Gesù non è inviato per subire la volontà di suo Padre, ma per farla.

Il Vangelo, di cui si va dicendo che è quello dei «contemplativi», appare da un capo all’altro come il Vangelo missionario!».

  1. d) Pregare significa agire

«Per far la volontà di Dio, dobbiamo sempre lavorare. Non si tratta di subire, di accettare solamente. Alcune operazioni di questo lavoro si fanno mediante la preghiera. È questa una cosa sicura ed indubitabile.

Noi lo crediamo certamente, ma non ne siamo realmente certi. Non ne siamo certi, come lo siamo di camminare con le nostre gambe, di prendere le cose con le nostre mani, di sentire con le nostre orecchie. Se noi comprendiamo che la preghiera è necessaria, avremo il buon senso soprannaturale di agire di conseguenza».

  1. e) Le obbligazioni ed i consigli che concernono la preghiera nella vita comune della Chiesa

«Obbligazioni e consigli comuni dati dalla Chiesa non sono altro che la conseguenza della necessità della preghiera.

  • Discernere tale necessità attraverso di essi. In questo caso, rimaniamo liberi osservandoli. (Subiamo una obbligazione, facciamo liberamente ciò che è necessario);
  • vedere se, nella nostra vita, hanno il posto che, di necessità, dobbiamo dare loro;
  • verificare se hanno, nella nostra vita, l’importanza, l’attività, l’efficacia che la Chiesa attribuisce loro.

In caso contrario, dobbiamo rivedere le nostre abitudini ed i nostri mezzi di preghiera: sin tanto che ciò che la Chiesa considera veramente come essenziale non è realizzato in pienezza nella nostra propria esistenza, dobbiamo prendere coscienza dell’obbligo, di rivedere le nostre forme di preghiera e le loro modalità, perché esse sono relative, facoltative, temporanee, magari momentanee.

Tale revisione e inseparabile dalla fede viva e agente; essa è tanto più obbligatoria quanto più la fede è viva ed operante, quanto più deve guidare una vita movimentata, dominarla nella mobilità accresciuta delle circostanze. Le modalità permanenti che la Chiesa dà alla preghiera fissano quest’ultima sugli obiettivi eterni della fede e sulla preghiera d’eternità.

Le modalità occasionali e particolari che assume la preghiera devono servire le funzioni che ha per l’eternità, lì dove siamo e per il mondo, oggi e per tutti i tempi, per noi stessi, per tutti gli uomini.

Queste modalità devono essere rimesse tutte in causa quando una attività necessaria propria della preghiera non ha più il suo posto.

Senza questa revisione, la preghiera come tutta quanta la nostra vita, perderà il suo realismo soprannaturale.

Come tutta la vita di fede, la preghiera infatti rischia di dimenticare l’eternità una volta che essa si radica altrove che nel momento presente».

  1. f) Come concretare nella nostra vita l’educazione alla preghiera che ci dà la Chiesa?

«Dobbiamo fare in modo

  • che la grazia dei sacramenti non sia domandata, richiesta, praticata senza una preghiera viva e cosciente;
  • che l’insegnamento sia il prolungamento, l’esplicitazione della nostra prima preghiera: la domanda della fede e del dono iniziale che Dio ce ne ha fatto;
  • che l’insegnamento sia sempre domandato mediante la preghiera, «sfruttato» nella preghiera;
  • che la parola di Dio sia sempre «pregata»; il Vangelo pregato, l’imitazione di Gesù domandata e contemplata;
  • che sia domandato ciò che è necessario ad ogni amore di carità, ad ogni amore della Chiesa, ad ogni amore apostolico.

In sostanza, dobbiamo custodire in noi la certezza che la volontà di Dio non può compiersi senza preghiera, senza degli atti reali di preghiera, e mettere la nostra vita in accordo con questa certezza».

  1. g) Disposizioni di carattere pratico da prendere
  • Essere vigilanti.

«Si deve notare che troviamo con difficoltà un tempo di preghiera, anche se cerchiamo di essere fedeli a Dio durante tutto il nostro tempo. L’azione apostolica accresce questa difficoltà.

Al contrario, non siamo forse abbastanza vigilanti via via che la preghiera si distacca dalla nostra sensibilità, dalle sue reazioni, dalle sue esuberanze. Anche divenendo più passiva, più nuda, più accordata con la fede, la preghiera deve essere fatta, deve compiere la sua funzione nella volontà di Dio. Se non vigiliamo, capita che lasciamo che questo stato di preghiera, più vero ma più nuovo, venga invaso da marasmi, da indolenze, da stati di semitorpore spirituale.

Dovremmo acquisire una convinzione pratica: quanto più l’azione per Dio rende difficile trovare il tempo per la preghiera, tanto più questo tempo, quale che sia la sua durata, deve apparirci «giusto» per assicurare quello che noi dobbiamo «farne», quale che sia la nostra maniera di fare la preghiera, anche e soprattutto se Dio la fa in parte per noi.

  • Non improvvisare

Per credere dobbiamo anzitutto ascoltare.

La fede che domandiamo nel battesimo è la fede a ciò che è stato annunciato. La vita di fede non può svilupparsi di più senza apprendere di più. Continuare a farsi ammaestrare dalla Chiesa significa continuare a ricevere la fede. Non esiste dunque, normalmente, una fede in crescita e, di conseguenza, una preghiera dinamica, attiva, se non continuiamo a sentire e ad imparare, nella Chiesa e nella fede, le realtà della vita eterna.

La formazione alla preghiera che ci dà la Chiesa non avrà presa sulla nostra vita senza sforzi di riflessione, di comprensione riguardanti le realtà soprannaturali che la liturgia pone in opera.

Non possiamo sapere con le nostre sole forze ciò che dobbiamo sapere grazie alla fede.

Non possiamo sviluppare la nostra crescita spirituale contando solo sul nostro spirito.

Non possiamo svilupparci spiritualmente se non siamo amministrati sempre di più, esteriormente o interiormente, dalla fede. Anche in tal caso, la preghiera è l’ausiliaria inseparabile della fede.

Ma allora non è un ledere, un danneggiare la preghiera, al contrario un renderla possibile il prendersi il tempo necessario, quando esso è necessario, per imparare più e meglio, progressivamente, ciò che significa per noi, qui, oggi, la vita eterna.

Per possederla oggi, qui, dobbiamo sapere proprio ciò che occorre fare oggi, qui, con la nostra intelligenza e la nostra ragione di oggi; imparare come farlo e poterlo fare per il mio prossimo di oggi, nella Chiesa di oggi, con tutto ciò che sono io stesso, oggi.

Non possiamo improvvisarlo, perché non possiamo indovinarlo.

Tocca a noi trovare il mezzo più utile per rimanere all’ascolto della fede».

  • La presenza di Dio

Pare che sia necessario distinguere, certo senza opporli, la «presenza di Dio» e l’attenzione a Dio, la preghiera diffusa mescolata alla vita e gli atti di preghiera, tre minuti o un’ora destinati per pregare.

Tutti gli atti della preghiera ci pongono al nostro vero posto rispetto a Dio, per dei motivi che rientrano tutti nella carità, ci fanno utilizzare necessariamente le forze vitali della vita soprannaturale. Da qui la loro efficacia specifica.

Bisogna essere sicuri, con una certezza analoga ad una certezza scientifica, che senza Dio «noi non possiamo fare nulla», perché la vita soprannaturale è tutta quanta dono di Dio, perché noi viviamo dei suoi doni, agiamo grazie ai suoi doni; dobbiamo, come nostra condizione, domandare di che vivere, domandare di che agire, domandare che cosa dobbiamo fare.

E quando si tratta dell’azione apostolica, ciò che quest’ultima persegue, è ancora il dono di Dio al mondo mediante l’evangelizzazione del mondo; un’opera per la quale la preghiera di domanda è lo strumento indispensabile.

Ora, possiamo domandare con energia, fortemente, tanto in pochi minuti quanto in lunghe ore. Sono l’urgenza e la necessità che costituiscono la forza di una domanda, che costringono quest’ultima a divenire importuna.

Quando prevediamo il tempo di ciò che dobbiamo fare, prevediamo raramente alcuni minuti fra due attività per gridare misericordia a Dio. Anche in questo caso, ci mancano delle certezze reali.

Se esistono, esse ci impongono di vivere la realtà di ciò che noi siamo e, in conformità a questa realtà, esse ci impediscono di essere degli insensati nella vita soprannaturale».

XVII°

VOCI CHE PREGANO NEL DESERTO

Noi delle Strade, p. 71

«Si è parlato del «deserto dell’amore».

L’amore aspira al deserto perché il deserto consegna a Dio l’uomo nudo di patria, di amicizie, di campi, di casa.

Nel deserto l’uomo è spossessato di ciò che ama, libero da coloro che lo amano, sottomesso a Dio in un gigantesco colloquio frontale.

È per questo che in ogni tempo lo spirito ha sospinto nel deserto coloro che amano.

Missionari senza battello, attanagliati dallo stesso amore, lo stesso spirito ci sospinge  verso altri deserti.

Dalla sua duna di sabbia, il missionario in bianco vede la distesa delle terre non battezzate.

Dall’alto di una grande scalinata di metrò, missionari in abito e giacca o in impermeabile, vediamo di gradino in gradino, nell’ora in cui c’è più folla, una distesa che freme aspettando l’apertura dei cancelli. Cappelli, baschi, berretti, capelli di tutte le tinte. Centinaia di teste: centinaia di anime.

Noi, lì in alto.

E più in alto, e dappertutto, Dio.

Dio dappertutto. E quante anime lo sanno.

Subito, quando i cancelli saranno aperti, saliremo nel metrò.

Vedremo volti, fronti, occhi, bocche.

Bocche di gente sola, al naturale: alcune avare, altre impure, altre cattive, bocche avide o sazie di tutti i nutrimenti terrestri.

Poche, tanto poche quelle che hanno la forma del Vangelo.

E saremo arrivati.

Nel buio sbucheremo all’aria aperta, e c’incammineremo per la via che ci condurrà a casa.

Attraverso la nebbia, la pioggia o il chiaro di luna, incontreremo della gente: la sentiremo parlare di pacchi, di lardo, di denaro, di promozioni, di paura, di processi: mai, o quasi, di ciò che è il nostro amore.

A destra, a sinistra, case tutte nere con piccole strisce di luce che dicono come in tutto questo nero ci sono persone viventi.

Che cosa fanno lo sappiamo bene: costruiscono le loro fragili gioie, patiscono lunghe miserie, fanno un po’ di bene e molti peccati.

Quanta poca luce si avrebbe se brillasse una piccola luce ovunque si prega.

Sì abbiamo i nostri deserti … e l’amore è ad essi che ci conduce. Lo stesso spirito che conduce i nostri bianchi fratelli nei loro deserti, conduce noi talvolta con il cuore che batte per le scalinate tumultuose, nel metrò, nelle strade buie.

I nostri fratelli bianchi non li invidiamo.

In questa folla, cuore su cuore, stretti fra tanti corpi, sul sedile dove tre sconosciuti ci tengono compagnia, nella strada buia, il nostro cuore palpita come un pugno chiuso su un uccellino.

Lo Spirito Santo, tutto lo Spirito Santo nel nostro povero cuore, l’amore  grande come Dio che batte in noi, come un mare che volesse a viva forza straripare, distendersi, penetrare in tutti gli esseri impermeabili, in tutti gli esseri senza uscita.

Poter percorrere tutte le strade, sedersi in tutti i metrò, salire su tutte le scalinate, portare il Signore dovunque: ci sarà bene qua e là un’anima che avrà conservato la sua fragilità umana di fronte alla grazia di Dio, un’anima che avrà dimenticato di corazzarsi d’oro o di cemento.

E poi pregare, pregare come si prega in mezzo agli altri deserti, pregare per tutte queste persone così vicine a noi, così vicine a Dio.

Deserto di folle. Immergersi nella folla come nelle sabbie bianche.

Deserto di folle, deserto dell’amore.

Nudità dell’amore vero.

Non rimpiangiamo né la compagna né l’amico che comprenderebbe tutto ciò che abbiamo nel cuore, né l’ora dolce in un angolo di chiesa, né il libro amato nella nostra casa.

Deserto dove si è preda dell’amore.

Quest’amore che ci abita, quest’amore che risplende in noi, perché  non ci modella?

Signore, Signore, questa scorza che mi copre non sia almeno uno sbarramento per te.

Passa, Signore.

I miei occhi, le mie mani, la mia bocca sono tuoi.

Questa donna così triste di fronte a me: ecco le mie labbra perché tu le sorrida.

Questo bambino quasi grigio, tant’è pallido: ecco i miei occhi perché tu lo guardi.

Quest’uomo così stanco, così stanco: ecco tutto il mio corpo perché tu gli dia il mio posto, e la mia voce perché tu gli dica dolcissimamente: «Siediti».

Questo ragazzo così fatuo, così sciocco, così duro: prendi il mio cuore per amarlo con esso, più fortemente di quanto non gli sia mai accaduto.

Missioni nel deserto, missioni senza fallimento, missioni sicure, missioni dove si semina Dio in mezzo al mondo, certi che in qualche parte germinerà, perché dove non c’è amore, mettete l’amore, e raccoglierete l’amore». 

«Signore
Io voglio ciò che tu vuoi
Senza chiedermi
Se lo posso
Se lo desidero
Senza chiedermi
Se lo voglio»                           

29 marzo 1924-29 marzo 1954 (Biglietto trovato nel messalino di M. Delbrêl)

XVIII°

VITA CON DIO

Alcide[2]

  1. Della preghiera

«Le distrazioni diventano preghiera quando si pensa ad esse insieme con Dio. Cercare di allontanarle, talvolta, significa distrarsi di più.

  • In un periodo di stanchezza

Per dire a Dio ciò che Lui vuole, nulla ti manca. Ma per dirgli ciò che vuoi tu, molto ti manca.

  • Ad Alcide mancava il tempo, il luogo, il silenzio…

Parla a Dio, invece che a te stesso: e almeno questo sarà tempo di preghiera.

  • Un giorno in cui Alcide scambiava alcune impressioni tra sé e sé.

Se credi che il Signore vive in te, dovunque tu abbia uno spazio per vivere, lì hai anche spazio per pregare.

  • Un giorno in cui il monastero era terribilmente sovraffollato

Se vai in capo al mondo, trovi l’orma di Dio; se vai in fondo a te, trovi Dio stesso.

  • Quando sognava di trovar Dio

Dio non manca di spirito, tu puoi esserne privo; ma non ha nevralgie, e le tue gli possono servire.

  • Un giorno nel quale la sofferenza della carne oscurava lo spirito.

Pregare non è essere intelligenti, ma essere con Dio.

  • Ascoltando la gente discutere per strada

Per trovar Dio bisogna sapere che Egli è dappertutto, ma bisogna anche sapere che Egli non è solo.

  • Alcide utilizzava volentieri questa frase quando tante cose        lo  interessavano o  troppe persone l’annoiavano   

Se ami il deserto, non dimenticare che Dio preferisce gli uomini.

  • Recitando il rosario nel metrò

Per chi cerca Dio come Mosè anche una scala può trasformarsi in Sinai.

  • Ad ogni rampa, gradino per gradino

Mio Dio, se  tu sei dappertutto, come mai io sono così spesso altrove?

  • Breve preghiera da recitarsi ogni tanto

Per trovare il petrolio è necessaria molta fatica e molto spirito; perché vogliamo trovare Dio con poco spirito e poca fatica?

  • A proposito della preghiera in momenti di tempesta
  1. Della preghiera e il silenzio

Non cercare di tacere, ma ascolta.

  • Alcide un giorno in cui aveva delle cose interessanti da dire.

Non dire se non ciò che fa tacere Dio.

  • Alcide, un giorno in cui aveva bisogno di distensione.

Il primo gradino della mistica scala del silenzio è evitare di ascoltarsi parlare.

  • Durante una esposizione brillantemente condotta.

Il penultimo gradino dello stessa scala (la mistica scala del silenzio) è, dicono, ascoltare gli altri.

  • Il commento a queste parole è cancellato

Il richiamo di Dio non rompe il silenzio; è per questo che il suono del telefono, il campanello della porta, i richiami familiari dei tuoi fratelli non potrebbero nuocere al silenzio.

  • È difficile collocare questo testo. L’usura della carta testimonia che Alcide vi aveva fatto ricorso molte volte.

Il silenzio è fatto per ascoltare Dio; quando Dio parla attraverso le sue creature non è sempre conveniente togliergli la parola.

  • Al capezzale di un fratello già molto addentro nella seconda infanzia.

 Il vero silenzio non elimina mai la carità

  • Alcide, un giorno in cui rispondeva a monosillabi a qualcuno che l’annoiava.

Ricordati che la preghiera è fatta per rendere buoni, e non per impedire di esserlo.

  • Alcide, un giorno in cui lo si veniva a cercare in chiesa.

Non lasciare i tuoi figli per fare il bello col loro Padre

  • Un giorno in cui Alcide faceva una preghiera “tra te e me”.

 Della necessità di pregare per gli altri 

Non guardare i tuoi fratelli per giudicarli, guardali per pregare

  • Alcide, un giorno in cui i suoi nervi erano alla prova.

Sii generoso di desideri per i tuoi figli, perché Dio sia generoso di doni per loro.

  • Sentendosi disgustato di tutto e di tutti

Non abbandonare i tuoi figli per farti bello davanti al loro Padre.

  • Alcide, un giorno in cui faceva un’orazione «a-tu-per-tu».

Non fare il direttore spirituale, ma dirigi il tuo spirito verso i tuoi figli.

  • Un giorno di attivismo.
  1. Dei ritiri per pregare

In tempo di «ritiro» il sonno è un’attività necessaria; ma conviene averne altre.

  • Quando Alcide si disponeva a pregare.

La brezza leggera dello Spirito Santo non profuma necessariamente di mimosa…

  • Quando Alcide programmava un ritiro al sole.

Dio non abita di preferenza  tra i monumenti storici.

  • Riguardo alla scelta di un ritiro.

Se sei dotato per l’arte drammatica, diffida degli scenari troppo belli

  • Ancora riguardo alla scelta…».

XIX°

COSì SCOPRIAMO NOI LA NOSTRA ANIMA

La Gioia di credere, p. 98

«Com’è lungo, Signore, arrivare a capire che soltanto di pietà possiamo essere amati, e che nessuna stima, nessuna ammirazione, nessuna fiducia può venirci da Te senza che sia passata la tua misericordia.

È lungo: ma ci si arriva. Come un bimbo cieco e sordo, sulle ginocchia di sua madre, smarrito nel buio e nella solitudine, così scopriamo noi, un giorno, la nostra anima; insondabilmente impoverita d’ogni sguardo sulle colline eterne, d’ogni attenzione gli echi tuoi di paradiso. Così scopriamo noi la nostra anima tra le due ginocchia della Provvidenza.

E il tuo Spirito allora c’invade: questo dito nella destra del Padre, come una mano materna, rivelatrice, educatrice, che accorda suo figlio alla vita. Per impulso il tuo Spirito ci guida; per contatto c’insegna ciò che è. Il suo muto amplesso feconda il nostro cuore d’un germe di parole.

Alle parole che noi pronunciamo, nella nostra solitudine e nel nostre buio, risponde il silenzio del tuo spirito; un silenzio la cui intimità ci serra e ci ammaestra.

Tanto basta per sapere che i nostri occhi sono veramente incapaci di vedere e i nostri orecchi sordi a tutto ciò che tu sei». 

XX °

L’ORAZIONE NEL CARMELO TERESIANO

«L’orazione mentale (meditazione) non è altro, per me, che un intimo rapporto di amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui dal quale sappiamo di essere amati» (S. Teresa di Gesù, Vita, 8,5).

Chi non è abituato alla preghiera mentale, insegnata da S. Teresa d’Avila, all’inizio trova molta difficoltà, soprattutto perché non sa bene quale metodo seguire. Vale la pena sapere che, fin dai primi tempi, gli autori carmelitani hanno esperimentato e insegnato un metodo molto semplice, adatto soprattutto ai principianti. Si tratta di distribuire il tempo dell’orazione in 6 parti, sulle quali soffermarsi successivamente, dando tuttavia molto più spazio alla parte principale (la terza). Ma il metodo non è rigido, dato che questa «parte principale» può benissimo assorbire tutto in sé.

  • La preparazione

Non ci si può mettere a contatto con Dio passando improvvisamente dalla distrazione al colloquio. Occorre “prepararsi”, “disporsi”. C’è una preparazione remota che consiste nel coltivare abitualmente quei tre atteggiamenti fondamentali di cui parla S. Teresa:

  • l’umiltà che mantiene sempre desta in noi la coscienza che «tutto è dono»,
  • il desiderio di «cose grandi» (della santità, soprattutto) e
  • la carità con la quale ci educhiamo, alla «comunione con il prossimo» per essere più pronti alla «comunione con Dio ».

C’è quindi la preparazione immediata che consiste nel raccogliersi in silenzio, mettendosi alla presenza dell’infinita grandezza di Dio, adorandolo e confessandogli la nostra povertà e i nostri peccati, offrendogli il nostro niente consapevoli tuttavia del suo infinito amore di Padre.

  • La lettura

Si tratta di trovare un «argomento» che aiuti a pregare. La cosa migliore è cercarlo nella Sacra Scrittura, o in qualche altro testo adatto che ci offra un buon argomento di preghiera.  In certi casi si può usare anche un’immagine che richiami il mistero su cui vogliamo meditare o ci rappresenti la persona di Gesù e della sua Santissima Madre. La lettura può essere supplita anche dalla memoria che richiama alla mente quelle verità su cui si vuole «pregare». È bene scegliere un argomento che si adatti alla nostra situazione spirituale (stati d’animo, esperienze che si stanno vivendo, ricorrenze liturgiche, particolari avvenimenti in cui ci troviamo coinvolti). La «lettura» – o un’esperienza analoga – non deve essere protratta per curiosità, ma deve durare quanto basta perché, l’orante abbia un buon «materiale di preghiera» che gli accenda in cuore una qualche scintilla d’amore per il suo Dio e Salvatore, e per i suoi doni. Alla «lettura» si può tornare nuovamente nel corso della preghiera quando ci si accorge d’essersi distratti, per richiamare l’anima all’argomento del suo dialogo con Dio. La lettura può essere supplita anche da una “preghiera vocale” (Padre nostro, Ave Maria) recitata lentamente e riflettendo sulle parole che si pronunciano.

  • L’orazione mentale propriamente detta

Questa terza parte deve occupare quasi tutto il tempo dell’orazione. Essa potrebbe bastare da sola e potrebbe assimilare in sé tutte le altre parti (e così accadrà man mano che si acquisterà familiarità col Signore e si avrà l’abitudine alla preghiera mentale). Eccone la descrizione.

  • Si comincia con l’usare l’immaginazione per «rappresentarsi», dentro di sé, il mistero che vogliamo meditare (ad esempio: un episodio evangelico), fissando soprattutto la persona di Gesù. Ciò serve a bloccare la fantasia che altrimenti divagherebbe. Non bisogna perdere molto tempo in questo, né scivolare in fantasticherie. L’importante sarà che Gesù si «ripresenti» alla nostra anima e che noi ci teniamo «alla Sua presenza» (“guardiamo Lui che ci guarda”, “ascoltiamo Lui che ci parla”, ci immedesimiamo nell’episodio che è “raccontato per noi” … ).
  • Poi ci si sofferma un po’ nella riflessione. Bisogna, cioè, riflettere sul mistero che vogliamo “meditare”, quel tanto che basta per comprendere l’amore che Dio ci porta e quello che si attende da noi.

Al più presto deve cominciare il «colloquio affettivo » che è il vero cuore della preghiera. Non bisogna aver paura di lasciar parlare il Signore e di risponderGli. All’inizio avremo l’impressione (psicologica) di essere noi stessi a fare quasi tutte e due le parti: prima mettendo in bocca al Signore le parole che vuole dirci e poi rispondendoGli; ma pian piano ci accorgeremo che è il Signore a suggerirci ciò che vuol dirci, a illuminarci, a comunicarci la sua grazia. Basterà tenerLo sempre davanti a noi, nella fede che Egli è veramente presente ed è Lui a condurre il rapporto con noi. Pian piano, quel che all’inizio ci potrà sembrare un po’ artificiale si purificherà; il dialogo stesso avrà bisogno di sempre meno parole e si semplificherà in una attenzione amorosa che avrà soltanto due movimenti: l’amare e il sentirsi amati scambiandosi espressioni d’amore. Come si usava in certi antichi testi di preghiera (cfr. L’Imitazione di Cristo …) che alternavano la formula: “Dice il Signore (o il Maestro)…”, con la formula: “Risponde il discepolo…”.

  • Il ringraziamento

Da questo momento in poi la distinzione delle parti è artificiale, nel senso che tutto ciò che segue fa ancora parte del colloquio amoroso. Tuttavia le distinguiamo per ricordare ciò che in un vero «dialogo d’amore» non bisogna mai dimenticare. In primo luogo dunque non bisogna dimenticare di manifestargli la nostra gratitudine per tutti i doni che Dio ci fa e che ci sta facendo nello stesso momento in cui Lo preghiamo e abbiamo la grazia di poter passare con Lui un po’ di tempo.

  • L’offerta

Un dialogo d’amore tende di sua natura al dono. E non c’è nulla di più gradito a Dio che “il dono di noi stessi”. L’offerta di sé è perciò il culmine della preghiera. Tuttavia sarà sempre utile legare questa «offerta» a qualche cosa di particolare che testimoni la verità del nostro dono: un proposito, dunque, di dare a Dio “qualcosa” che, nella nostra vita quotidiana, dovrebbe essere meglio orientato a Lui. In seguito, ogni volta che si tornerà a pregare, l’avere o no mantenuto il «proposito» (o l’offerta) farà naturalmente parte del nuovo dialogo con Dio.

  • La domanda

Allo stesso modo, un dialogo affettuoso col Signore non può concludersi senza che gli domandiamo ciò che più ci sta a cuore. Il nostro Dio è contento se gli chiediamo quelle grazie di cui sentiamo la necessità: sia quelle che avevamo in cuore ancor prima di cominciare a pregare, sia quelle che la preghiera ha messo in particolare evidenza. La domanda deve essere assieme “intensa” (nella fede che l’Amore non ci negherà nulla di quanto ci è utile) e “abbandonata”, cioè: lasciando l’esaudimento alla saggezza del nostro Dio. Così l’orazione può essere conclusa.

Restano due problemi:

  • Tentare di prolungare nella giornata il clima di questa preghiera, e ciò sarà possibile se, durante la giornata, richiameremo spesso alla mente qualche pensiero tra quelli che abbiamo “meditato” e riaccenderemo spesso nel cuore il nostro amore per Dio, richiamando qualche “espressione affettuosa” che abbiamo usato nella preghiera.
  • Restare con la domanda: come è possibile compiere tutti gli “atti” descritti sopra in appena un quarto d’ora di tempo? Tanto più che dobbiamo soffermarci a lungo sulla parte centrale … Si tratterà di attendere che questo disagio ci spinga a dedicare alla preghiera più tempo. (P. Antonio M. Sicari ocd).

 

  1. Carmelitani Scalzi * Adro * Brescia * Tl. 030.735.66.23.

[1] S. Rapita è una statuina che nel presepe provenzale rappresenta la donna qualunque, di cui non si sa nulla. È così semplice che non ha portato neppure un regalo per il Bambino Gesù, ma ha le braccia vuote alzate nel gesto della meraviglia e dell’adorazione. Essa rappresenta chi sa cogliere, senza complicazioni intellettuali, l’essenziale, l’unica cosa necessaria, pronto a stupirsi e ad adorare (ndr).

[2] Il «Beato Alcide» fantomatico personaggio mai esistito, è una «figura» alla quale M. Delbrêl attribuisce brevi e rapide osservazioni, nate come reazione agli avvenimenti più spiccioli della vita. Di fatto Alcide è spesso la stessa Madeleine che si osserva con distacco e ride apertamente di sé, pur lanciando avvisi per gli altri (ndr).

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